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22:36 - April 28, 2019
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Iqna - Le scienze coraniche (ulum al-Qur’an) rappresentano quella branca della conoscenza inerente allo studio e all’analisi del Corano. Esse si preoccupano di raccogliere tutte le informazioni utili inerenti al Corano in ogni loro dettaglio utile al ricercatore

Nozioni introduttive per l’apprendimento del Corano

 

Le scienze coraniche (ulum al-Qur’an) rappresentano quella branca della conoscenza inerente allo studio e all’analisi del Corano. Esse si preoccupano di raccogliere tutte le informazioni utili inerenti al Corano in ogni loro dettaglio utile al ricercatore. In questa guisa, l’esegesi del Corano (tafsir al-Qur’an) o l’arte della sua recitazione (tajwid) possono essere considerate anch’esse come “scienze coraniche”. Tale era l’opinione in voga tra gli studiosi del Corano delle prime generazioni ove non si è assistito ad una netta separazione tra le varie specializzazioni in materia coranica. Con il passare del tempo l’arte della recitazione del Corano è diventata prerogativa di un gruppo particolare di esperti mentre lo studio delle scienze coraniche si è separato da quello dell’esegesi: il primo concentrandosi  più direttamente sulla conoscenza concernente il Corano e il secondo sulla conoscenza derivata da esso. Non è difficile quindi constatare di come spesso le scienze coraniche vengano studiate separatamente dall’esegesi. In questa sede ci occuperemo delle scienze coraniche come introduzione necessaria al Corano stesso, alla sua esegesi e alla conoscenza che da essi ne deriva.

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Etimologia del termine “Corano”

Il termine “Corano” deriva dal suo corrispettivo arabo “Qur’an”, a sua volta derivato dalla radice araba “qaf-ra-hamza” che significa “leggere”, “recitare” o “salmodiare”. Il celebre storico al-Tabari (d. 310 H.) sosteneva questa opinione.  

Il teologo Abu al-Hasan al-Ash’ari (d. 324 H.) riteneva invece che il termine derivasse dalla radice “qaf-ra-nun” che significa “unire, congiungere”, in quanto il Corano sarebbe composto da capitoli o “sure” uniti l’uno con l’altro.

L’Imam Shaf’i, fondatore di una delle quattro più importanti scuole giuridiche sunnite, d’altro canto ha sostenuto che “Qur’an”, come “Tawrat” (Torah) e “Injil” (Vangelo),[1] sia un nome proprio specifico senza alcuna derivazione.

Infine è utile citare l’opinione del grammatico al-Farra’, il quale sostiene che il termine derivi da “qara’in” avente il significato di “assomigliare” in quanto i versetti del Corano si assomiglierebbero gli uni con gli altri in eloquenza ed eleganza stilistica.

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Nomi del Corano

Il termine “Corano” è il riferimento più comune che viene utilizzato in riferimento a questo Libro. Esso viene citato 58 volte nel testo coranico ed è ripetuto ancor maggiormente nel corpus degli hadith.

“Furqan” invece, che significa “discrimine”, viene ripetuto 7 volte: due volte in riferimento alla Torah e le altre al Corano. Il termine deriva dalla radice “fa-ra-qaf” che significa “distinguere, separare”. In tal modo il Corano si presenta come criterio di distinzione tra la verità e la falsità.

Il nome usato più comunemente è comunque “Kitab”, ossia “Libro”, utilizzato circa 250 volte.

“Dhikr”, o “ricordo”, compare invece 55 volte. Con esso si vuol far riferimento probabilmente ad una sorta di richiamo naturale insito nell’uomo nei confronti del messaggio religioso e spirituale racchiuso nel Corano stesso. Shaykh al-Tabrisi, l’autore dell’esegesi “Majma’ al-Bayan”, fa riferimento al fatto che il Corano vuole ricordare all’uomo le sue responsabilità e i suoi doveri.

Infine è opportuno far menzione del nome “tanzil”, letteralmente “discesa”, che alcuni studiosi contemporanei[2] hanno considerato come un vero e proprio nome del Corano invece che una semplice aggettivazione. Questo nome, con i suoi vari derivati morfologici, appare in 146 passi coranici.

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Suddivisione del testo coranico

Il Corano è suddiviso in 114 capitoli, chiamati anche “sure”, che sono di varia lunghezza. Una sura è composta da “versetti” o “passi”. “Versetto” o “passo” sono le traduzioni che spesso vengono fornite in riferimento al termine “ayah”, letteralmente “segno” e dunque anche “miracolo”. Una “ayah”, come i capitoli, può essere di varia lunghezza: la più lunga è la 2:282, che presenta alcune questioni legali inerenti ai debiti e consiste di 130 parole, mentre la più corta è la 55:64 e consiste di una sola parola.

Esistono divergenze di opinione riguardo alla lunghezza dei differenti versetti. A volte la suddetta divergenza è stata causata dalla presenza di narrazioni contraddittorie ma che in ogni caso non influiscono sulla lunghezza dell’intero testo. Ci sono narrazioni da cui si evince che il Profeta si fermasse sempre in punti particolari durante la sua recitazione mentre in altre narrazioni si apprende che in altri punti continuasse la salmodia senza pausa alcuna. Altre narrazioni ancora comunque potrebbero sembrare apparentemente in conflitto tra loro in quegli stessi punti ove il Profeta a volte continuava la recitazione e a volte si fermava: in tal caso alcuni studiosi hanno considerato i momenti di pausa adottati dal Profeta atti allo scopo di riprendere fiato mentre altri hanno ritenuto invece che si sia trattato della fine di un versetto e l’inizio di un altro. In ogni caso il numero dei versetti nelle copie in uso oggigiorno è di 6.236, lo stesso numero riportato da Ali Ibn Abi Talib che cita il Profeta in una narrazione a lui attribuita.[3]     

Per quanto concerne l’ordine dei versetti si possono citare due opinioni prevalenti: una sostenente che esso sia stato voluto e ordinato dal Profeta stesso e l’altra invece sostenente che l’ordine dei versetti sia stato il risultato dello sforzo dei compagni del Profeta e delle prime generazioni di musulmani onde preservare e raccogliere il testo coranico. La prima tesi viene sostenuta dai due seguenti fattori:

– Ci sono molte narrazioni trasmesse su autorità del Profeta sui benefici della recitazioni di particolari versetti o capitoli. Per esempio viene riportata la seguente: “A chi recita l’ultimo versetto della sura al-Hashr e muore lo stesso giorno, gli verranno perdonati tutti i peccati”.[4]

– Ci sono narrazioni profetiche che esplicitamente citano dove un versetto debba essere inserito nel testo coranico come nel caso del seguente: “Invero Iddio ordina giustizia e benevolenza, e di fare la carità ai parenti stretti, e proibisce l’indecenza, la cattiveria e la ribellione. Vi esorta al bene affinché ve ne rammentiate” (16:90).[5]

Per quanto concerne il tema inerente alla raccolta del testo coranico da parte delle prime generazioni di musulmani, lo tratteremo in un articolo separato.

Venendo alla questione dei capitoli, sono state presentate varie opinioni riguardo all’origine del termine “sura”. Secondo alcuni studiosi esso deriverebbe da “sur”, un muro difensivo eretto in tempi antichi ai bordi delle città. L’analogia qui indicherebbe la protezione dei versetti da parte delle sure così come le mura delle città proteggevano le case e i suoi abitanti.

Secondo un’altra opinione “sura” deriverebbe da “su’r” che indica la rimanenza o la parte di qualcosa. Abu al-Futuh al-Razi riteneva che il vero significato riflettesse i concetti di importanza e nobiltà; a tal riguardo cita vari esempi dalla poetica classica.[6]

Alcuni esegeti hanno sostenuto che una sura sia un insieme di versetti contenuti tra duebasmale.[7] Questa definizione presenta alcune problematiche in quanto implicherebbe che la sura al-Anfal e la sura al-Tawba siano una medesima sura, non iniziando quest’ultima con labasmala. Per questo motivo alcuni hanno ritenuto che le due sure siano di fatto un unico capitolo. Comunque l’opinione prevalente ritiene che le basmale siano parte integrante dei manoscritti originali del Corano, anche se non necessariamente del Corano stesso.[8]

Nel Corano vengono menzionate 114 basmale, una all’inizio di ogni capitolo all’infuori della sura al-Tawba, ed una nella sura al-Naml.

Esistono poi ulteriori suddivisioni convenzionali atte ad agevolare la lettura, la recitazione e la memorizzazione del Corano: le suddivisioni in juz’manzil e ruku’.

Letteralmente juz’ significa “parte”. Riguardo al Corano, un juz’ rappresenta una trentesima parte specifica di esso. Ci sono dunque trenta juz’, o trentesimi, circa di egual misura per facilitarne la recitazione. Un juz’ a sua volta è suddiviso in due hizb, e un hizb in quattro parti ancor più brevi.

Il Corano può inoltre essere suddiviso in sette sezioni di circa egual misura. In questo caso, un settimo viene definito “manzil”. Mentre un juz’ facilita la recitazione del Corano nel corso di un mese, la suddivisione del Corano in settimi ne facilita la recitazione nel corso di una settimana (in sette giorni).

La suddivisione in settimi risale ad Hamza Ibn Habib al-Zayyat (d. 156 H.) ed è la seguente:

– Primo manzil: dalla sura al-Fatiha alla sura al-Nisa’.

– Secondo manzil: dalla sura al-Ma’ida alla sura al-Tawba.

– Terzo manzil: dalla sura Yunus alla sura al-Nahl.

– Quarto manzil: dalla sura al-Isra’ alla sura al-Furqan.

– Quinto manzil: dalla sura Shu’ara alla sura Ya Sin.

– Sesto manzil: dalla sura al-Saffat alla sura al-Hujurat.

– Settimo manzil: dalla sura al-Qaf alla sura al-Nas.

ruku’ sono brevi paragrafi di varia dimensione seppur non eccessivamente lunghi. L’intero Corano contiene 558 ruku’. Un ruku’ viene di solito recitato durante la Preghiera rituale del fedele dopo la sura al-Fatiha (anche se il diritto jafarita prevede la recitazione di un’intera sura nelle preghiere mandatorie).

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Le lettere disgiunte

All’inizio di alcune sure del Corano compaiono alcune lettere misteriose con apparentemente nessun significato specifico. Esse vengono definite “lettere disgiunte” (al-huruf al-muqatta’at). Più precisamente le lettere disgiunte giungono all’inizio di ventinove sure nel modo seguente:

– Alif Lam Mim (al-Baqara, Ali ‘Imran, al-‘Ankabut, al-Rum, Luqman, al-Sajda).

– Ali Lam Mim Sad (al-A’raf).

– Alif Lam Ra (Yunus, Hud, Yusuf, Ibrahim, Hijr).

– Alif Lam Mim Ra (al-Ra’d).

– Kaf Ha Ya ‘Ayn Sad (Maryam).

– Ta Ha (Ta Ha).

– Ta Sin Mim (al-Shu’ara’, al-Qasas).

– Ta Sin (al-Naml).

– Ya Sin (Ya Sin).

– Sad (Sad).

– Ha Mim (Ghafir, Fussilat, Zukhruf, al-Dukhan, al-Jathiya, al-Ahqaf).

– Ha Mim … ‘Ayn Sin Qaf (al-Shura).

– Qaf (Qaf).

– Nun (al-Qalam).

In totale, quattordici delle ventotto (o ventinove) lettere dell’alfabeto arabo vengono menzionate tra le lettere disgiunte.

Secondo l’opinione di alcuni esegeti come Zamakhshari, Tabrisi e Tabatabai, queste lettere rappresentano una sfida da parte di Dio lanciata contro gli idolatri affinché si rendessero conto di non poter produrre qualcosa di simile. Essendo il Corano composto da quelle stesse lettere familiari agli arabi, la sfida sarebbe stata quella di produrre qualcosa di così profondo, eloquente e sublime con le medesime lettere.

Secondo altri studiosi si sarebbe invece trattato di una sorta di richiamo per catturare l’attenzione di idolatri e rinnegatori: “Coloro che hanno rinnegato dicono:- Non ascoltate questo Corano e sopravvenite che forse avrete il sopravvento-” (41:26). Quando il Profeta recitava il Corano, i suoi osteggiatori iniziavano spesso a rumorreggiare, ridere, fischiare e battere le mani con l’intento oscurare la sua voce e recitazione. Così la pronuncia di queste lettere misteriose avrebbe suscitato curiosità nelle genti e catturato la loro attenzione.

Esistono molte opinioni concernenti il significato delle lettere disgiunte e nel corso dei secoli non sono mancate le speculazioni. Ciò ha portato alcuni a concludere che il loro significato sia noto soltanto a Dio, o forse anche al Suo Profeta e qualche suo intimo discepolo, e che l’uomo comune non avendone i mezzi non sia in grado di giungervi.

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Prostrazioni mandatorie e supererogatorie

Nel Corano ci sono vari versetti riguardanti la prostrazione. Dopo la recitazione di quindici versetti particolari, viene richiesta una prostrazione, mandatoria o supererogatoria, da parte del fedele. Questi versetti sono i seguenti:

– Sura al-A’raf:206.

– Sura al-Ra’d:15.

– Sura al-Nahl:50.

– Sura al-Isra’:109.

– Sura Maryam:58.

– Sura al-Hajj:18. 

– Sura al-Hajj:77.

– Sura al-Furqan:60.

– Sura al-Naml:26.

– Sura al-Sajda:15.

– Sura Sad:24.

– Sura Fussilat:38.

– Sura al-Najm:62.

– Sura al-Inshiqaq:21.

– Sura al-‘Alaq:19.

Il diritto hanafita richiede una prostrazione mandatoria dopo la recitazione di ognuno di questi versetti all’infuori di quello presente in al-Hajj:77. Secondo il diritto shafi’ita tutte queste prostrazioni sono sunna, e quindi non mandatorie, nonostante che la prostrazione relativa al versetto Sad:24 sia una prostrazione di ringraziamento (sajda al-shukr) e non una prostrazione dovuta alla recitazione (sajda al-tilawa). Anche secondo il diritto hanbalita tutte le prostrazioni sono sunna e non mandatorie. Il diritto malikita invece prevede undici prostrazione considerate come sunna, ad esclusione dei versetti al-Hajj:77, al-Najm:62, al-Inshiqaq:21 e al-‘Alaq:19. Infine il diritto jafarita considera mandatorie soltanto le prostrazioni dopo la recitazione dei versetti al-Sajda:15, Fussilat:38, al-Najm:62 e al-‘Alaq:19.

 

NOTE

[1] Si noti a tal riguardo che secondo l’opinione classica il termine “Torah” deriva dall’ebraico con il significato di “insegnamento” mentre “Vangelo” dal greco avente il significato di “lieta novella”.

[2] Vedesi: Zanjani, Manahil al-Irfan, vol. 1, p. 15.

[3] Tabrisi, Majma’ al-Bayan, vol. 10, p. 406.

[4] Majlisi, Bihar al-Anwar, vol. 92, p. 309.

[5] Suyuti, al-Itqan, vol. 1, p. 212.

[6] Abu al-Futuh al-Razi, Rawda al-Jinan, vol. 1, p. 9.

[7] Suyuti, al-Itqan, vol. 1, p. 90.

[8] Si noti la differenza tra “manoscritto del Corano” e “Corano stesso”. Non ci sono dubbi che la basmala sia presente nelle copie e nei manoscritti antichi del Corano. Gli esegeti classici comunque divergono sul fatto che questa sia o meno parte della rivelazione di Dio al Suo Profeta Muhammad.

 

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