
Il caso di Robert Martin, attivista australiano recentemente convertitosi all’Islam, mostra come l’impegno politico e l’esperienza diretta possano trasformarsi in un percorso spirituale.
Martin racconta che il suo sostegno alla causa palestinese iniziò anni fa, dopo l’amicizia con un palestinese.
Inizialmente diffidava delle testimonianze sulle azioni israeliane, fidandosi delle narrazioni dei media e dei governi occidentali.
La partecipazione alla Freedom Flotilla lo scorso ottobre gli ha offerto una visione diretta della realtà: l’imbarcazione fu circondata da decine di mezzi israeliani e sequestrata, con gli attivisti condotti al porto di Ashdod.
Martin e altri furono detenuti e sottoposti a abusi fisici, psicologici e sessuali, oltre a ripetute perquisizioni umilianti.
Nonostante il passaporto australiano, Martin afferma di non aver ricevuto alcun trattamento privilegiato.
Ha criticato il governo australiano per la mancata difesa dei suoi cittadini, attribuendo il silenzio alla paura verso la lobby sionista.
Secondo l'attivista, persino il personale consolare ha ammesso che Israele è “l’entità più difficile con cui trattare”, operando al di fuori delle norme internazionali.
Martin ha avuto rapporti stretti con musulmani per oltre 15 anni, descrivendoli come persone pacifiche e solidali con la causa palestinese.
Dieci anni fa lesse per la prima volta il Corano, che definisce uno dei testi più profondi mai incontrati.
Negli ultimi mesi, attraverso lo studio e lezioni individuali, ha deciso di abbracciare l’Islam.
“Quando comprendi il significato del Corano, la sua bellezza, la sua apertura e accoglienza, ti sorprendi che non tutti siano musulmani”, ha dichiarato.
Martin ha affermato che non può più restare in silenzio dopo ciò che ha visto.
Intende continuare a parlare pubblicamente di Islam e Palestina, convinto che oggi sia il momento migliore per sostenere la causa palestinese.
L'attivista ha concluso il suo intervento con un messaggio chiaro: “Free Palestine.”
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