Iqna - La sequenza temporale – proclami di Trump; vendita di armi ai regni del Golfo; emarginazione del Qatar - sembra definire un quadro in cui l'Islam si è spaccato irreversibilmente
In attesa di capire cosa è veramente accaduto a Teheran (e non parlo del numero dei morti, da considerare, in sede di analisi, come un effetto collaterale, pur se importante) e, quindi, quale sia la reale portata degli attacchi terroristici alla sede del Parlamento ed al mausoleo che custodisce le spoglie di Ruollah Khomeini, gli attentati nella capitale iraniana contribuiscono a rendere ancora più nebuloso lo scenario conseguenza della guerra che l'Isis ha scatenato. Una guerra confessionale (sia in seno alla sunna che contro gli sciiti), ma anche contro i ''crociati'', che devono essere colpiti ovunque si trovino, non appena si presenti l'occasione, come insegnano i recenti eventi di Londra, Parigi, Manchester, Melbourne. L'immediata rivendicazione degli attacchi da parte dei media vicini al Califfato indica, innanzitutto, che gli attentati sono stati minuziosamente pianificati e, quindi, che chi ha agito non è il classico lupo solitario o la cellula dormiente. Sono state squadre di commando suicidi che, sulla base di un itinerario ben disegnato, dovevano colpire i cuori pulsanti della Repubblica iraniana: quello politico (il Majilis) e quello religioso (il luogo che celebra l'ayatollah Khomeini, padre della rivoluzione che rovesciò Reza Pahlavi).
Attentatori che sapevano bene cosa fare (travestendosi da donne in chador per nascondere mitra ed esplosivo) e dove andare (Parlamento e mausoleo) probabilmente grazie all'opera di una struttura di intelligence che ha spianato loro la strada e che ora i servizi di sicurezza iraniani dovranno smantellare per evitare che, in futuro, si rimetta all'opera. Il fine dell'azione terroristica di Teheran è abbastanza chiaro, portare lo scompiglio in un Paese che, completamente sciita, sino ad oggi è riconosciuto bastione anti-sunnita. Una situazione delicatissima, più di quanto si possa immaginare, perché gli effetti degli accadimenti di Teheran andranno ben oltre la semplice presa d'atto degli attentati ed i proclami trasudanti desiderio di vendetta dei religiosi iraniani, che certamente si vedranno rafforzati nella convinzione che spetta solo a loro la difesa dello sciismo in ogni scacchiere dovesse essere necessario. E' comunque esplicativo che gli attacchi a Parlamento e mausoleo di Khomeini siano venuti a pochi giorni dallo strappo diplomatico tra i regni del Golfo (sotto la spinta saudita e l'appoggio egiziano) ed il Qatar e, quindi, dalla posizione che l'amministrazione Trump ha adottato nell'ambito della lotta planetaria al terrorismo islamista, puntando il dito contro l'emirato sino a gioirne della messa al bando. Quando si parla di terrorismo, quando si cerca di analizzarne le mosse, non si può, per definizione, credere nelle coincidenze. E la sequenza temporale di questi giorni – proclami di Trump davanti ai maggiorenti arabi; vendita di armi Usa ai regni del Golfo; emarginazione diplomatica del Qatar - sembra definire un quadro in cui l'Islam si è spaccato irreversibilmente, aprendo così la strada ad un conflitto che oggi è confessionale, domani.... E' quindi lecito chiedersi se le mosse dell'Amministrazione Usa, che comunque sembra non parlare un unico linguaggio (divisa come è tra le sulfuree sortite via Twitter del Presidente e la diplomazia della prudenza del Dipartimento di Stato), possano alterare quel delicatissimo equilibrio che sino ad oggi, sia pure tra mille difficoltà, ha consentito di creare un fronte comune ufficiale contro il terrorismo dell'Isis. Non dimenticando, naturalmente, l'irrinunciabile necessità degli Usa di vedersi ancora garantita una presenza militare nella regione, attraverso la base di Al Udeid che, guarda caso, si trova proprio nel Qatar e ospita il cuore operativo della campagna anti-Isis. Attaccare, come hanno fatto oggi gli attentatori dell'Isis, parlamento e tomba della Guida suprema Khomeini, aveva l'obiettivo inequivocabile di minare alla base le certezze del regime di Teheran che ora è chiamato a fare mostra di equilibrio, non cedendo alla facile tentazione di cercare nuovi spazi di movimento nell'Islam per rompere l'assedio sunnita, spezzandone l'accerchiamento con ogni mezzo possibile. Se, infatti, per l'Isis è facile reclutare attentatori pronti a morire, tra gli sciiti non mancano modelli di radicalizzazione estrema, come potrebbero testimoniare il fervore che spinge i pellegrini che si recano nelle città sante di Najaf o Kerbala. Gli attentati di Teheran, poi, potrebbero contribuire a rinserrare le file in seno alla sunna più ortodossa che, dopo la sconfitta diplomatica del Qatar per mano di Ryad, sembra riprendere vigore. Anche se appare abbastanza sorprendente che l'Arabia Saudita continui ad accusare il Qatar di fomentare il terrorismo, mentre l'emirato potrebbe ribaltare tale accusa, anche solo ricordando dove al Qaida è stata concepita ed ha mosso i primi passi(che sono stati quelli della costruzione di una base economica per i suoi accoliti, poi lanciati da Bin Laden all'attacco del mondo occidentale).