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“Il sionismo come ideologia di Stato deve essere consegnato alla pattumiera della Storia” – Intervista a Omer Bartov

23:51 - June 05, 2026
Notizie ID: 3492642
Iqna - Per quanto mi riguarda, uno dei regali più belli che la vita possa farci è, entrati per caso in una libreria, uscirne con un tesoro cartaceo tra le mani. È ciò che mi è accaduto acquistando l’ultimo volume, in ordine di tempo, scritto da Omer Bartov, un intellettuale di enorme levatura. Un acquisto che consiglio vivamente, perché vi farà assaporare non solo uno dei libri più appassionanti, struggenti, e importanti del 2026

“Il sionismo come ideologia di Stato deve essere consegnato alla pattumiera della Storia” – Intervista a Omer Bartov

 

Per quanto mi riguarda, uno dei regali più belli che la vita possa farci è, entrati per caso in una libreria, uscirne con un tesoro cartaceo tra le mani.

È ciò che mi è accaduto acquistando l’ultimo volume, in ordine di tempo, scritto da Omer Bartov, un intellettuale di enorme levatura. Un acquisto che consiglio vivamente, perché vi farà assaporare non solo uno dei libri più appassionanti, struggenti, e importanti del 2026, ma anche della letteratura di ogni epoca. In questo caso, si tratta di letteratura a carattere storico e saggistico.

Bartov ha avuto la capacità di guardarsi dentro con incalcolabile onestà intellettuale, scrivendo un volume che denuncia con chiarezza il genocidio perpetrato dal governo israeliano contro i palestinesi. E, siccome l’onestà intellettuale è scomoda, come ha sottolineato in un’intervista al quotidiano israeliano Haaretz, il suo scritto è stato rifiutato da molti editori (Etan Nechin, ‘Zionism Led to Genocide. It Must Disappear’: Omer Bartov’s New Book Explores Where, Exactly, Israel Went Wrong, 24 aprile 2026). Questo rifiuto è, senza dubbio, un motivo in più per correre ad acquistarlo, ora che è disponibile anche qui in Italia per i tipi della casa editrice Laterza, con il titolo Nell’abisso, che modifica parecchio quello originale: Israel: What Went Wrong?

Stimolato dalla lettura, ho provato a chiedergli un’intervista che, con generosità, mi ha immediatamente concesso. Ho così avuto modo di dialogare con un uomo con cui è piacevole e arricchente confrontarsi, anche quando, su alcuni aspetti del passato di Israele, si hanno visioni differenti. Come leggerete tra poco, lui, ad esempio, interpreta l’azione di Ben-Gurion e le origini dello Stato attraverso la lente di un pragmatismo nazionalista e laico; io, invece, sulla base di studi come quelli di Michael Karpin, David Ohana, Idith Zertal e altri, tendo a ravvisarvi dinamiche diverse, legate a una radice più dogmatica. Ho scritto queste parole introduttive anche per ringraziarlo per questo scambio di prospettive.

Ma è ora di concludere questo breve preambolo e di offrirvi l’intervista. Sono certo che sarà un ulteriore stimolo ad acquistare il suo saggio.

MICHELE METTA: Nel suo ultimo libro e in vari interventi pubblici, lei ha affermato apertamente che le azioni del governo israeliano a Gaza devono essere considerate genocidio. Per uno storico e studioso israeliano della sua caratura, questo rappresenta un potente atto di coraggio morale e onestà intellettuale, soprattutto sapendo che una simile posizione avrebbe scatenato durissime reazioni in Israele.

Qual è stato il punto di svolta interiore o l’imperativo morale che l’ha spinta a esporsi in modo così chiaro e inequivocabile, nonostante i costi professionali e personali?

OMER BARTOV: Avevo già segnalato in un editoriale sul New York Times, all’inizio di novembre 2023, che Israele stava commettendo crimini di guerra a Gaza e, verosimilmente, crimini contro l’umanità, poiché allora – circa quattro settimane dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre – erano già stati uccisi oltre 10.000 palestinesi, per lo più civili. Avevo anche sottolineato che, subito dopo l’attacco di Hamas, i leader politici e militari israeliani avevano rilasciato dichiarazioni dalle quali si desumeva un intento genocida.

Nel maggio 2024, mi è apparso sempre più chiaro che il tipo di operazioni svolte dalle IDF (Forze di Difesa Israeliane) indicava che queste agivano in conformità con tali dichiarazioni: si stava cioè distruggendo deliberatamente e sistematicamente tutto ciò che a Gaza avrebbe reso possibile la vita della popolazione e la sua successiva ricostituzione come gruppo. Queste azioni hanno raggiunto il solenne standard stabilito dalla Convenzione ONU del 1948 per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, che lo definisce come atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Tali atti includono l’uccisione di membri del gruppo, il causare gravi danni fisici o mentali al gruppo, la creazione di condizioni che ne minaccino l’esistenza e l’impedimento delle nascite all’interno del gruppo – elementi che possono ormai essere ascritti nella loro interezza alle azioni israeliane contro i palestinesi a Gaza.

MM: All’inizio del suo libro, lei condivide un commovente ricordo del suo amato padre, che trascorse gli ultimi anni della sua vita mettendo in guardia contro il disastroso pericolo rappresentato da Benjamin Netanyahu per Israele. Oggi, la rilevanza di quelle parole profetiche è sempre più evidente.

A suo avviso, quali azioni politiche concrete o pressioni internazionali sono necessarie per arrestare la traiettoria dell’attuale Primo Ministro israeliano?

OB: La comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti e gli alleati europei di Israele, deve imporre al Paese sanzioni economiche, militari e politiche che lo costringano ad abbandonare le attuali politiche di distruzione, annessione, sfollamento della popolazione, pulizia etnica e genocidio in corso a Gaza, in Cisgiordania e nel Libano meridionale.

Israele non può portare avanti tali politiche senza il fermo sostegno dei suoi alleati. Gli Stati Uniti forniscono a Israele enormi quantità di armamenti, sostegno finanziario e, grazie al loro potere di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e alla capacità di intimidire i Paesi inclini a sanzionare Israele, copertura politica. L’Unione Europea è il principale partner commerciale di Israele e mantiene una vasta rete di interazioni militari e tecnologiche reciproche. La Germania è il secondo fornitore di armi di Israele e ingenti finanziamenti dell’UE sovvenzionano la ricerca scientifica e accademica israeliana. Solo sanzioni severe spingeranno Israele a ridefinire il proprio paradigma politico, attualmente basato sull’uso della forza militare e dell’oppressione, entrambe finalizzate a prendere il controllo dei territori in Cisgiordania e a Gaza e ad allontanare o indebolire la popolazione palestinese che vi risiede.

MM: Mentre studiosi internazionali come lei si esprimono con chiarezza, gran parte dei media tradizionali occidentali e italiani – comprese figure di spicco come Enrico Mentana – rimane fortemente esitante, se non ostile, all’uso del termine “genocidio” per descrivere ciò che il governo israeliano sta facendo al popolo palestinese.

Cosa direbbe a quei giornalisti e commentatori occidentali che sembrano esigere un’apocalisse totale e definitiva prima di riconoscere ciò che si sta consumando a Gaza? Quali sono le responsabilità morali e professionali della stampa in questo momento storico?

OB: L’obbligo dei politici nei Paesi firmatari della Convenzione sul genocidio è rispettare l’impegno del proprio Stato a prevenire e punire il crimine di genocidio. L’obbligo dei media è riportare i fatti come sono, senza timori né favoritismi. È noto che Israele esercita una grande influenza sui mercati delle armi e sul settore tecnologico, e che una certa indulgenza verso Israele, a seguito degli eventi della Shoah, è ancora profonda.

Tuttavia, se l’Italia vuole aiutare Israele a tornare a essere – o a diventare per la prima volta – una democrazia reale e funzionante, capace di offrire uguaglianza e dignità a tutti i suoi cittadini, deve identificarne i crimini ed esercitare tutta la pressione possibile, per il bene non solo dei palestinesi ma anche degli stessi israeliani. E i media devono fare il proprio lavoro descrivendo questi crimini, nonostante la riluttanza a esporre il pubblico a simili orrori, senza piegarsi alle bugie e ai depistaggi della Hasbara, come viene chiamata in ebraico la macchina della propaganda del governo israeliano.

MM: A un certo punto del suo libro, lei rievoca la brutale campagna militare di totale annientamento condotta dagli israeliani contro l’intera Striscia di Gaza, osservando che, al momento della stesura di queste sue parole, 68.000 palestinesi avevano perso la vita, di cui circa l’80% civili, in gran parte bambini. Poche pagine dopo, il suo orrore è evidente nel vedere la leadership israeliana esacerbare la situazione suggerendo che la risposta più appropriata all’attacco di Hamas sia seguire ciò che il Deuteronomio invocava per vendicare l’attacco contro gli ebrei da parte degli Amaleciti, un’antica nazione biblica che viveva vicino alla terra di Canaan: un’esortazione a uccidere tutti i palestinesi, “uomini e donne, bambini e lattanti”.

Altrove, con toccante lirismo, lei osserva che proprio perché Israele è stato fondato sulla scia della Shoah al grido di “mai più”, ciò che il presidente Biden avrebbe dovuto dire quando aveva ancora la possibilità di fermare i massacri a Gaza, ciò che avrebbe dovuto dire Trump e ciò che avrebbero dovuto dire i leader della comunità ebraica e di tutte le altre comunità statunitensi – soprattutto i ricercatori e i direttori delle istituzioni dedicate allo studio e alla memoria della Shoah – è questo: “Mai più significa mai più uccidere ebrei innocenti, come ha fatto Hamas, così come significa mai più uccidere palestinesi innocenti, come ha fatto l’IDF uccidendo migliaia di bambini palestinesi”.

Pensa che gli Stati Uniti troveranno il coraggio di eleggere un leader capace di pronunciare queste parole? Crede che Israele avrà lo stesso coraggio?

OB: Penso che non sia improbabile che gli Stati Uniti eleggano un presidente, democratico o repubblicano, che allontani il Paese da Israele più di quanto sia accaduto nei decenni precedenti. Questo perché l’opinione pubblica statunitense nei confronti di Israele sta cambiando radicalmente.

L’ala liberal è esasperata dai crimini israeliani e dall’impatto della lobby ebraica. L’ala repubblicana, in particolare il movimento MAGA, ritiene che Israele abbia manipolato le politiche statunitensi e, ricorrendo ad argomenti antisemiti, sostiene che “gli ebrei” controllino politica, finanza e libertà di parola negli USA. Di conseguenza, Israele è riuscito a generare un’ondata anti-israeliana (e, in certa misura, antisemita) su entrambi i versanti dello spettro politico.

MM: In Nell’abisso, lei affronta anche un punto cruciale: la folle strategia perseguita per anni dal primo ministro Netanyahu, che ha permesso che denaro raggiungesse Hamas.

Potrebbe approfondire a cosa si riferisce con questa accusa? Secondo lei, fino a che punto si manifesta l’ipocrita amoralità di un leader politico israeliano nel favorire la posizione di Hamas a Gaza e in che modo questa politica ha contribuito all’attuale catastrofe?

OB: La politica di Netanyahu negli anni precedenti al 7 ottobre è stata quella di ‘gestire l’occupazione’. Ciò significava ricorrere periodicamente a quella che i vertici militari israeliani definiscono cinicamente la strategia del ‘tagliare l’erba’; ovvero, intervenire ogni due o tre anni a Gaza con bombardamenti mirati per ridurre e contenere, ma non distruggere, le capacità militari di Hamas. Queste incursioni prendevano di mira centri produttivi o posti di comando, identificati o sospettati di essere tali, ma, a causa del bieco calcolo politico del primo ministro israeliano, invece di ottenere una reale eradicazione dei terroristi, hanno portato a operazioni molto più vaste in cui sono stati uccisi sempre più civili, come nel 2014.

Questa politica si fondava sulla tesi che Hamas fosse una ‘risorsa’ (asset), poiché Israele poteva sostenere che l’estremismo del gruppo impedisse qualsiasi riconciliazione con i palestinesi. Di conseguenza, nello stesso periodo, Israele ha permesso che milioni di dollari provenienti dal Qatar fluissero verso Hamas.

Questa politica è crollata il 7 ottobre e, di conseguenza, il governo israeliano ha adottato una politica di pulizia etnica a Gaza nel tentativo di ‘risolvere’ il problema una volta per tutte. Anche questa politica, però, è fallita, sfociando invece in un genocidio, cioè nel rendere Gaza inabitabile per la sua popolazione, e addirittura impedendo concretamente a quest’ultima di lasciare la Striscia.

MM: Ogni pagina del suo libro è eccellente. Tuttavia, se dovessi scegliere le parti che mi hanno colpito e stimolato di più, una sarebbe certamente il capitolo in cui si spiega cosa accadde dopo che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò, il 29 novembre 1947, il piano redatto dal Comitato Speciale delle Nazioni Unite per la Palestina (UNSCOP) per sostituire il Mandato Britannico con una spartizione del territorio ai sensi della Risoluzione 181.

Lei sottolinea che questa risoluzione non solo raccomandava la creazione di due Stati indipendenti, uno ebraico e uno arabo, nonché un regime internazionale speciale extraterritoriale per Gerusalemme e i suoi dintorni, ma chiedeva anche l’adozione di una costituzione in ciascuno Stato.

Tuttavia, lei aggiunge che Israele non ha ancora una costituzione a tutt’oggi, e che, per capire perché Israele, una volta costituitosi come Stato indipendente, sia regredito al punto d’avere il suo attuale governo accusato di genocidio, è necessario esaminare in dettaglio le ragioni per cui l’impegno ad adottare una costituzione scritta ufficiale non sia mai stato mantenuto.

Aggiunge inoltre che un’altra chiave fondamentale per comprendere l’attuale regressione di Israele risiede nel modo in cui David Ben-Gurion decise che la Dichiarazione d’Indipendenza d’Israele dovesse essere scritta, richiedendo e ottenendo la rimozione della definizione di Israele come nazione democratica. Un’amputazione avvenuta senza alcuna opposizione alla sua volontà.

Vorrebbe tornare su questo argomento per i nostri lettori?

OB: È straordinario come, nonostante Israele si sia presentato al Mondo e ai propri cittadini sia come Stato democratico sia come Stato ebraico, non sia mai riuscito a essere davvero nessuna delle due cose. Ben-Gurion si oppose a una costituzione perché avrebbe posto vincoli al governo e definito i confini dello Stato. Avrebbe creato un quadro giuridico in cui i palestinesi sarebbero diventati cittadini di pari rango e con uguali diritti. L’assenza di una costituzione significava che lo Stato non si sarebbe trovato a dover definire i propri confini e le proprie relazioni con i palestinesi. La proclamazione dello Stato, nota in Israele come Dichiarazione d’Indipendenza, lo definiva uno Stato ebraico ma non democratico e, per quanto riguarda i cittadini palestinesi, questi non hanno mai goduto di una piena democrazia. Solo con le leggi fondamentali del 1992 lo Stato è stato descritto ufficialmente come ebraico e democratico. Tuttavia, il sopraggiungere della legge fondamentale del 2018, che ha definito Israele come Stato-nazione degli ebrei, ha relegato i palestinesi a cittadini di seconda classe.

MM: Nello stesso capitolo, lei spiega come Ben-Gurion rimosse ogni riferimento ai confini di Israele dalla bozza finale della Dichiarazione d’Indipendenza.

Nell’aprile del 1948, il rinomato giurista Hersch Lauterpacht descrisse, in una bozza, il futuro Stato di Israele come esistente entro i confini approvati dall’Assemblea Generale dell’ONU; vale a dire, quelli stabiliti dalla spartizione del 29 novembre 1947. Tuttavia, durante un dibattito all’interno del governo provvisorio israeliano, David Ben-Gurion rifiutò la proposta di Lauterpacht, affermando che erano liberi di omettere la menzione dei confini. E quando Pinchas Rosen, giurista e futuro Ministro della Giustizia, e Bechor Sheetrit, anche lui giurista, oltre che futuro Ministro della Polizia e delle Minoranze, sostennero che menzionare i confini fosse un obbligo legale ineludibile, Ben-Gurion – dopo aver fatto eco all’egocentrica dichiarazione di Luigi XIV di Francia, “Lo Stato sono io”, affermando che la legge è tutto ciò che si decide che tale sia – invece di ascoltare la ragione, chiese con veemenza cosa sarebbe successo se Israele avesse vinto una guerra o conquistato la Galilea occidentale e i due lati della strada per Gerusalemme e, avendone il potere, tutto questo fosse diventato parte dello Stato.

Non crede che queste circostanze indichino chiaramente che lo Stato d’Israele sia stato fondato sul dogmatismo religioso fanatico secondo cui Dio aveva promesso tutta la Palestina al popolo ebraico?

OB: No, la dichiarazione di Ben-Gurion era pragmatica, non fanatica, e, a rigor di termini, giuridicamente corretta, poiché le proclamazioni di uno Stato non devono necessariamente definirne i confini. Nemmeno la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti definiva i confini degli USA. Inoltre, questo non aveva nulla a che fare con la religione. Ben-Gurion sperava che lo Stato potesse essere più esteso rispetto ai confini assegnati dalla risoluzione di spartizione. Ciò faceva parte di una concezione sionista nazionalista secondo cui gli ebrei in Palestina avrebbero dovuto cercare di ottenere quanta più terra possibile, basandosi sulla convinzione che tutta quella terra appartenesse loro. Questa era considerata una rivendicazione storicamente giustificata, dato che in quella terra era esistito uno Stato ebraico nell’antichità. Stiamo parlando, quindi, di nazionalismo territoriale. Certo, ci si affidava alla Bibbia, ma più come a un libro che raccontava la storia degli israeliti che come a un testo religioso. Ricordiamo che la stragrande maggioranza dei leader sionisti dell’epoca era laica e per lo più socialista.

MM: Continuiamo a parlare di fanatismo religioso. Quest’anno si è registrato un preoccupante aumento degli attacchi, sia da parte dei coloni che da parte dei soldati israeliani, contro le comunità cristiane, il clero e i luoghi santi a Gerusalemme e in Cisgiordania. Questa situazione sembra riflettere una tendenza globale più ampia, in cui le forze populiste di destra – in particolare Donald Trump – hanno apertamente preso di mira autorità religiose come Papa Francesco, e il suo successore Leone, quando queste si schierano a favore della pace e dei diritti umani.

Ritiene che queste azioni siano la prova di un crescente e radicale fanatismo religioso all’interno della società israeliana, che considera tutte le fedi non ebraiche e i leader universalisti come nemici esistenziali?

OB: Oggi in Israele si registra un crescente fanatismo religioso tra i coloni e all’interno del movimento religioso nazionale. L’ebraismo in Israele si sta trasformando in una fede suprematista, legata a un sionismo religioso e violento, anch’esso profondamente cambiato. Si tratta di qualcosa di molto diverso sia dall’ebraismo del passato sia dal sionismo socialista dei tempi di Ben-Gurion; tutto questo sta creando una frattura tra la diaspora ebraica e Israele, oltre a erodere quel poco che resta della democrazia e del liberalismo israeliani, persino per i cittadini ebrei dello Stato. Negli Stati Uniti, Trump non è certo un fanatico religioso. Tuttavia, tra i suoi sostenitori cresce una frangia improntata al nazionalismo cristiano, intollerante verso le altre religioni, e che immagina gli Stati Uniti come nazione cristiana e bianca e un dominio globale cristiano e bianco, risultando quindi anche razzista.

MM: Guardando ai precedenti storici, il presidente John Kennedy si scontrò notoriamente con la leadership israeliana a causa dell’impianto nucleare di Dimona; JFK si opponeva allo sviluppo di un arsenale nucleare da parte di Israele, ritenendolo destabilizzante per il Medio Oriente e un ostacolo al disarmo globale. Oggi, mentre il programma nucleare iraniano è dibattuto come qualcosa da fermare a tutti i costi, l’effettivo possesso di armi nucleari da parte di Israele e la minaccia che ciò comporta rimangono un tabù assoluto nel discorso pubblico mainstream.

Col senno di poi, ritiene che Kennedy avesse ragione nei suoi avvertimenti? E in che modo crede che questo persistente tabù sul nucleare influisca sull’equilibrio del potere e sulle prospettive di una pace duratura nella regione?

OB: Credo che il programma nucleare in Israele sia stato originariamente concepito per fornire al Paese un’opzione militare estrema nel caso in cui la sua stessa esistenza fosse stata minacciata, in un momento storico in cui lo Stato era notevolmente più debole e militarmente più esposto. Le esperienze di Libia e Ucraina hanno dimostrato che Stati di piccole e medie dimensioni possono proteggersi dagli attacchi delle grandi potenze solo possedendo armi nucleari. Nutro il sospetto che, non appena la guerra in Iran finirà, l’Iran porterà a compimento la sua ambizione di possedere la bomba atomica come unica garanzia contro attacchi da parte di Stati Uniti e Israele. Il problema di questa politica è il rischio di proliferazione nucleare. Tuttavia, pragmaticamente, in un Mondo che disprezza sempre più le norme internazionali, avere la Bomba è la migliore garanzia contro invasioni o interventi stranieri.

MM: Passando a un altro aspetto profondamente preoccupante dell’attuale establishment israeliano, molta attenzione si è concentrata sulle reti sovrapposte della finanza internazionale e dell’influenza politica, come i legami documentati tra figure come Jeffrey Epstein e politici israeliani di alto rango, e l’ascesa di corporazioni di tecnologia militare avanzata come Palantir, che ora sostiene attivamente le operazioni di difesa israeliane.

Come vede questa convergenza di reti globali incontrollabili e di una guerra guidata dalla tecnologia, e in che maniera ciò complica la prospettiva di ottenere giustizia e accertamento delle responsabilità per il popolo palestinese?

OB: Ci sono ovviamente numerose reti finanziarie, militari e tecnologiche coinvolte in ciò che stiamo vedendo ora in Israele/Palestina, in Russia/Ucraina, ecc. Una delle ragioni della mancanza di critiche alle politiche israeliane in Europa è la dipendenza degli Stati europei dalla tecnologia militare israeliana, proprio mentre loro stessi vendono armi e tecnologia a Israele. I politici che dipendono dai fondi per le loro campagne elettorali, o hanno interesse a riempirsi le tasche con i soldi delle industrie militari, sono riluttanti a condannare Paesi come Israele che producono, vendono e acquistano tali tecnologie. L’altro problema è la tendenza a definire queste reti – a causa del possibile coinvolgimento di personaggi come Epstein – come una sorta di cospirazione ebraica o di potere occulto. Questa è una sciocchezza. Israele come Stato, così come alcuni ricchi sostenitori e uomini d’affari ebrei, possono certamente compiere atti criminali, ma questo non deve riflettersi sugli ebrei in generale.

MM: Lo scienziato ebreo Albert Einstein, insieme a molti altri importanti intellettuali ebrei, tra cui Hannah Arendt, Nachman Maisel e Sidney Hook, firmò una lettera aperta ai redattori del New York Times nel dicembre del 1948. In tale lettera, descrivevano l’Irgun come “un’organizzazione terroristica, di destra e sciovinista in Palestina” e l’Herut, il partito politico reazionario israeliano formato dall’Irgun, come “affine per organizzazione, metodi, filosofia politica, e richiamo sociale, ai partiti nazista e fascista”.

Qual è la sua opinione sul contenuto di questa lettera?

OB: In linea di massima avevano ragione, anche se direi che l’Irgun era più vicino al fascismo che al nazismo, poiché generalmente non era razzista né genocida, caratteristiche che invece il sionismo ha assunto negli ultimi anni.

MM: Il 10 novembre 1975, con 72 voti favorevoli, 35 contrari – tra cui Stati Uniti, Israele, e Paesi dell’Europa occidentale – e 32 astensioni, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Risoluzione 3379, dichiarando il sionismo una forma di razzismo. Durante quella sessione, l’ambasciatore israeliano all’ONU, Chaim Herzog, che in seguito sarebbe divenuto presidente di Israele, tenne un celebre discorso di condanna della risoluzione e, dal podio, ne strappò simbolicamente il testo.

Sedici anni dopo, il 16 dicembre 1991, con 111 voti favorevoli, 25 contrari e 13 astensioni, l’Assemblea Generale dell’ONU adottò la Risoluzione 46/86, che aveva un unico, breve obiettivo: revocare la Risoluzione 3379. Questo è stato uno dei pochissimi casi nella storia delle Nazioni Unite in cui una risoluzione dell’Assemblea Generale è stata esplicitamente abrogata e ribaltata.

La mia domanda è: alla luce degli eventi attuali, quale ritiene sia stato l’errore più grave: l’adozione della risoluzione o la sua successiva revoca totale, senza che venisse presa in considerazione una decisione intermedia?

OB: Non credo che il sionismo, alle sue origini o persino nel 1975, fosse più razzista di molte altre ideologie etno-nazionaliste. Era violento contro coloro che percepiva come nemici, in particolar modo contro i palestinesi, ma generalmente non aderiva a un razzismo di matrice biologica. Nei decenni trascorsi da allora, è diventato sempre più razzista, in gran parte a causa dell’occupazione continua e sempre più violenta [della Palestina], e si è fuso con una nuova forma di giudaismo suprematista ebraico, generando un’ideologia affine ad altre ideologie genocidarie e razziste, le quali non hanno alcuna legittimità per essere riconosciute dalla comunità internazionale. Da qui la mia conclusione: sebbene lo Stato di Israele abbia diritto di esistere, come tutti gli altri Stati, purché non opprima i suoi abitanti e non pratichi violenza contro coloro su cui governa, il sionismo come ideologia di Stato deve essere consegnato alla pattumiera della Storia.

intervista di Michele Metta

 

 

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