IQNA

3:37 - November 15, 2019
Notizie ID: 3484515
Iqna - L’amatissimo profeta dell’Islam è l’ultimo dei messaggeri che il Signore misericordioso ha inviato agli uomini per guidarli sul retto sentiero. Quattordici secoli orsono, del monoteismo non era rimasto che un semplice nome e gli uomini avevano totalmente abbandonato l’adorazione del Dio Unico, si erano completamente allontanati dalla fede in Dio, dall’umanità e dalla giustizia

Il profeta Muhammad (S) - Prima parte -

 

Introduzione

La biografia del venerato profeta Muhammad (S) è conosciuta meglio di quella di qualsiasi altro profeta. Col passare del tempo e per effetto delle evoluzioni storiche avvenute, il libro celeste, la legge religiosa e persino la divina personalità dei profeti che lo hanno preceduto hanno subito notevoli alterazioni, le quali hanno, di conseguenza, reso ambigue le loro biografie.

Invero, all’infuori delle limitate nozioni forniteci dal Corano e dalle tradizioni del Profeta e della sua Ahl ul-Bayt {Alí, Fatima e dodici infallibili Imam da loro discendenti}, non v’è nulla di preciso e chiaro riguardo alla loro biografia.

Al contrario, la biografia del nobile profeta Muhammad (S) è assai chiara ed è in grado di descrivere a sufficienza i diversi caratteri della sua straordinaria vita.

L’amatissimo profeta dell’Islam è l’ultimo dei messaggeri che il Signore misericordioso ha inviato agli uomini per guidarli sul retto sentiero. Quattordici secoli orsono, del monoteismo non era rimasto che un semplice nome e gli uomini avevano totalmente abbandonato l’adorazione del Dio Unico, si erano completamente allontanati dalla fede in Dio, dall’umanità e dalla giustizia. La sacra Ka’bah era divenuta un santuario di idoli e la religione di Abramo s’era trasformata in idolatria.

Gli Arabi conducevano una vita strettamente tribale, persino nelle diverse città che avevano formato nell’Hijàz e nello Yemen. Essi vivevano in condizioni tra le piú vili e arretrate: in luogo della civiltà e della virtù, tra la gente regnava la scostumatezza e il vizio e peccati quali bere vino e giocare d’azzardo erano assai diffusi; le figlie femmine venivano sotterrate vive e la maggior parte della gente si procurava da vivere attraverso il furto, il brigantaggio, l’omicidio e il saccheggio dei beni e del bestiame altrui. Essere sanguinari, spietati e tiranni era poi il piú gran vanto.

In un tale ambiente il Signore misericordioso scelse Muhammad (S) per riformare e guidare l’intera umanità; gli rivelò quindi il Corano (comprendente sublimi conoscenze, preziose nozioni che aiutano l’uomo a conoscere Dio, un concreto programma per realizzare la giustizia e utili ammonimenti) incaricandolo di invitare, servendosi di questo divino libro, la gente a comportarsi in modo umano e a aderire alla verità.

Dalla nascita all’inizio della missione

Il sommo Profeta nacque alla Mecca nell’anno 570 dopo Cristo (cioè cinquantatré anni prima dell’Egira) nella più nobile e onorata delle famiglie arabe.

Prima di venire al mondo perse suo padre e dopo aver perso, all’età di sei anni, anche la madre, fu il nonno Abdulmuttalíb a prendersi cura di lui. Quest’ultimo però morì due anni dopo e il nobile bambino passò così sotto la diretta tutela del suo gentile zio Abutàlib (padre di Alí, il Principe dei Credenti). Egli amò il suo nobile nipote come un suo stesso figlio e fino a pochi mesi prima dell’Egira non mancò mai di proteggerlo e sostenerlo.

Gli Arabi della Mecca, come gli altri Arabi, allevavano pecore e cammelli e talvolta commerciavano con i paesi vicini, in particolare con la Siria. Erano ignoranti e rozzi, in nessun modo interessati all’istruzione e all’educazione dei propri figli. Muhammad (S), al pari degli altri, non aveva imparato né a leggere né a scrivere.

Tuttavia, sin dall’infanzia si distinse dagli altri per le sue virtú: non adorava mai idoli, non mentiva, non rubava, non tradiva, non commetteva mai atti turpi, non si comportava mai in modo superficiale ed era dotato di una straordinaria intelligenza e di grandi capacità. Queste nobili qualità gli fecero in breve tempo acquistare una notevole popolarità tra la gente. Divenne cosí famoso con l’appellativo di “Al-amín” {il Fidato}. Era per questa sua straordinaria fidatezza che la gente affidava per lo piú a lui i beni che intendeva depositare e lodava la sua onestà e le sue grandi capacità.

Aveva all’incirca vent’anni quando una delle ricche dame della Mecca, la nobile Khadíjah, lo scelse come suo agente commerciale. L’onestà, l’intelligenza e le notevoli capacità di Muhammad (S) assicurarono abbondanti guadagni a Khadíjah che attratta sempre di piú dalla sua straordinaria personalità, gli propose di sposarla. Dopo il matrimonio il giovane Muhammad (S) continuò per diversi anni le attività commerciali della moglie.

Fino a quarant’anni, egli intrattenne normali rapporti con la gente e venne considerato uno dei membri della comunità; a differenza degli altri però possedeva un carattere integro, una condotta esemplare e aborriva l’oppressione, la crudeltà e l’arrivismo. Tali virtú gli avevano fatto guadagnare il rispetto e la fiducia della gente. Si narra che un giorno, durante i lavori di riparazione della Ka’bah, sorse una disputa tra le diverse tribú su chi dovesse collocare al suo posto la Pietra Nera {Hajar ul-Aswàd}.

Per risolvere la controversia scelsero unanimemente il nobile Muhammad (S) come arbitro. Quest’ultimo fece depositare questa sacra pietra in un mantello e i capi delle tribú presero i lembi del mantello e lo alzarono; fu poi il nobile Muhammad (S) a collocarla al suo posto. Grazie a questo intervento, il litigio si risolse senza alcun spargimento di sangue.

Prima dell’inizio della sua missione profetica, benché fosse monoteista e quindi categoricamente contrario all’idolatria e al politeismo, siccome non combatteva direttamente le assurde e superstiziose credenze degli idolatri, la gente era in pace con lui, come lo era del resto con i seguaci delle altre religioni (quali i Giudei e i Cristiani) che vivevano in pace con gli Arabi idolatri.

Al Tempo in cui Muhammad (S) viveva presso suo zio Abutàlib e non aveva ancora raggiunto la pubertà, accompagnò quest’ultimo in un suo viaggio di affari in Siria.

Era una carovana assai imponente e un folto gruppo di persone viaggiava assieme a dell’abbondante mercanzia. Dopo essere penetrata in territorio siriano e aver raggiunto la città di Busrà fece una sosta nelle vicinanze di un monastero. Un monaco chiamato Bahirà uscí dal convento e invitò i viaggiatori a riposare all’interno del monastero. Abutàlib, al pari degli altri viaggiatori, accettò l’invito lasciando Muhammad (S) a sorvegliare i suoi beni. Bahirà, venuto a sapere che tutti erano presenti nel convento tranne Muhammad (S), chiese che lo si facesse entrare. Abutàlib chiamò allora il nipote e insieme si recarono dal monaco.

Dopo aver a lungo scrutato il nobile Muhammad (S), Bahirà lo prese da una parte e disse: “Giurami nel nome di Lat e Uzzà (due idoli adorati dagli abitanti della Mecca) che risponderai a quanto ti chiederò ora”. Muhammad (S) rispose: “Questi due idoli sono le cose che detesto maggiormente”. Il monaco disse allora: “In nome del Dio Unico, ti prego di dire la verità”. Il nobile bambino rispose: “Io dico sempre la verità, non ho mai mentito in vita mia; rivolgimi la tua domanda”. Bahirà chiese allora: “Qual è la cosa che ami di piú?”.

Rispose: “La solitudine”. Il saggio monaco allora lo interrogò di nuovo: “Che cosa ami guardare di piú?”. Rispose: “Il cielo e le sue stelle”. A questo punto Bahirà chiese: “A che cosa pensi?”. Muhammad (S) rimase in silenzio e Bahirà guardò attentamente la sua fronte; disse poi: “Quando e con quali pensieri ti addormenti?”. Rispose: “Quando, guardando le stelle, le sento vicine a me, mi vedo sopra di esse”. Bahirà chiese allora “Fai anche sogni?”. Muhammad (S) rispose: “Sí e tutto quel che sogno lo vedo pure quando sono desto”.

Il monaco proseguí chiedendo: “Che cosa vedi in sogno?” e Muhammad (S)non disse nulla; dopo un momento di silenzio il saggio uomo si rivolse al nobile Muhammad (S) e gli disse: “Posso vederti tra le spalle?”; quest’altro acconsentí e Bahirà, denudandogli le spalle, scoprí un neo: “È proprio questo” mormorò. Abutàlib sorpreso gli chiese: “A che cosa ti riferisci? Cosa vuoi dire?”. Bahirà rivolgendosi allo zio del nobile bambino gli chiese: “Qual è il legame di parentela che ti lega a questo giovane”. Dal momento che Abutàlib amava Muhammad (S) come un suo stesso figlio, affermò: “È mio figlio”.

Replicò allora Bahirà: “No, il padre di questo giovane deve essere già morto”, “Come fai a saperlo?” chiese Abutàlib sorpreso, prima di rivelare al monaco che Muhammad (S) era suo nipote. Bahirà disse allora ad Abutàlib: “Ascoltami bene, un radioso e sorprendente avvenire attende questo giovane. Se altri oltre a me vedranno ciò che io ho visto e lo riconosceranno, lo uccideranno. Devi nasconderlo e proteggerlo dai nemici”. Abutàlib domandò allora: “Dimmi chi è!”. Bahirà disse: “Nei suoi occhi e sul suo dorso vi sono due inconfondibili segni di riconoscimento di un grande profeta del futuro”.

Qualche anno piú tardi Muhammad (S) si recò nuovamente in Siria, ma questa volta in qualità di agente commerciale della nobile Khadíjah. Quest’ultima lo fece accompagnare dal suo servo Maisaràh raccomandandogli di prestargli assoluta ubbidienza.

Dopo essere penetrati in territorio siriano, fecero una sosta nei pressi della città di Busrà. Nelle vicinanze v’era l’eremo di un monaco chiamato Nasturà che già conosceva Maisaràh. Il monaco rivedendo Maisaràh, riferendosi a Muhammad (S), gli chiese: “Chi è quell’uomo che sta riposando sotto quell’albero?”. Egli rispose: “È un uomo della tribú dei Quraish”. Il monaco dichiarò allora: “Sotto quell’albero non fanno tappa se non i profeti di Dio”. Poi domandò:” I suoi occhi presentano forse segni di arrossamento”. Maisaràh rispose: “Si, costantemente”. Nasturà concluse: “E proprio lui! Egli è l’ultimo dei profeti di Dio. Potessi vedere il giorno in cui riceverà da Dio l’incarico di invitare la gente alla Sua religione!”

Numerose tribú ebree, avendo saputo dalle loro scritture del profeta Muhammad (S) e del luogo in cui sarebbe sorto, avevano lasciato la loro patria per andare a insediarsi nell’Hijàz. Fermatisi a Medina e nei dintorni di questa città, vissero per anni nell’attesa dell’avvento del profeta dell’Islam.

Poiché i membri della comunità trapiantata erano ricchi e opulenti, succedeva che talvolta fossero depredati dagli Arabi. Ma gli Ebrei sopportavano pazientemente tali soprusi e si lamentavano sempre con coloro che li opprimevano dicendo: “Sopporteremo i vostri saccheggi, i vostri soprusi fino al giorno in cui il Profeta Illetterato emigrerà dalla Mecca per venire a stabilirsi a Medina. Sarà allora che noi, dopo avergli prestato fede, ci vendicheremo di voi”.

Fu in tal modo che gli Arabi di Medina acquistarono una precedente conoscenza della missione profetica del nobile Muhammad (S). Tale conoscenza divenne in seguito uno dei principali fattori della loro rapida conversione all’Islam. Accadde poi che essi si convertirono, mentre gli Ebrei, a causa del loro fanatismo, si rifiutarono di prestare fede al profeta che tanto avevano atteso e del cui avvento tanto avevano parlato.

A tal proposito il Corano dice:

“Quando il Libro di Dio {il Corano} giunse ai Giudei, sebbene esso confermasse le conoscenze e gli insegnamenti del libro ispirato da loro accettato e seguito, la Torà, e sebbene da tempo aspettassero di vincere (con l’aiuto del profeta dell’Islam) gli Arabi miscredenti, essi non si convertirono. Sia dunque la maledizione di Dio sui miscredenti” (Santo Corano, 2:89)

A proposito invece della conversione di un gruppo di persone appartenenti alla Gente del Libro {Cristiani ed Ebrei} dice:

“…presto concederò la Mia misericordia a coloro che si comportano rettamente, che pagano la zakàh e che credono ai Nostri segni; {la concederò a} quelli {della Gente del Libro} che seguono l’Inviato, il Profeta Illetterato, il cui nome e i cui connotati vengono da loro trovati nella Torà e nel Vangelo. Egli ordina loro di compiere il bene, vieta loro di commettere il male, rende loro lecite le cose pulite e gradevoli e illecite le immonde e repellenti; egli li ha alleviati da ogni tipo di difficoltà e fatica, e, spezzando le catene che li tenevano legati, ha donato loro la libertà” (Santo Corano, 7:156-157)

Dall’inizio della missione all’Egira

Il Signore Onnipotente suscitò nella penisola arabica (che era, senza esagerazione, un ricettacolo di miseria, corruzione e tirannia) il Suo prediletto profeta, il nobile Muhammad (S), incaricandolo di invitare l’umanità a aderire al monoteismo, rispettare la giustizia, compiere il bene e consolidare i rapporti sociali.

Fu incaricato di seguire e difendere costantemente e decisamente la verità e la giustizia e di fondare le basi della beatitudine umana sul principio della fede, del timor di Dio, della solidarietà e dell’abnegazione.

All’inizio il Profeta era stato incaricato solo di invitare la gente ad abbracciare l’Islam e poiché l’ambiente in cui si trovava era pieno d’oppressione, crudeltà e ostinatezza, parlò della sua missione divina solo a chi sperava che accettassero il suo divino invito. In questa prima fase della sua missione, non vi fu perciò che un numero ristretto di fedeli.

Secondo le tradizioni, la prima persona che accettò l’invito del Profeta fu suo cugino paterno Alí (figlio d’Abutàlib); dopo di lui si convertí Khadijah, la nobile moglie del profeta Muhammad (S).

Trascorso un certo tempo, egli ricevette l’ordine di invitare i suoi parenti stretti ad accettare la fede islamica; seguendo il decreto divino convocò i parenti (circa una quarantina di persone) a casa sua e annunciò loro la missione affidatagli dal Signore.

Dopo un po’ il sommo Profeta, per ordine divino, rese pubblico il suo invito e lo estese all’intera umanità. La reazione degli Arabi, in special modo della gente della Mecca, fu assai dura: i miscredenti e i politeisti respinsero con ferocia e crudeltà questo sincero invito del profeta Muhammad (S).

Talvolta lo chiamavano indovino e stregone, talaltra pazzo e poeta. Era schernito e canzonato e quando si accingeva a invitare la gente ad abbracciare la neonata religione islamica, oppure quando voleva eseguire i suoi atti d’adorazione, veniva brutalmente ostacolato dall’infernale baccano dei suoi nemici, i quali giunsero persino a versargli in testa della spazzatura e dello sterpame, a picchiarlo, insultarlo e a prenderlo a sassate.

Talvolta poi si tentava di corromperlo, promettendogli potere, denaro e simili, nella speranza di sviarlo in tal modo dal suo sacro obiettivo. Tutti questi tentativi risultarono però vani poiché il Profeta restò impassibile.

Talvolta si rattristava e rimaneva dispiaciuto per l’ignoranza e l’ottusità del suo popolo. È per questo che in alcuni versetti del Corano, il Signore Eccelso lo conforta ordinandogli di portare pazienza. In altri invece gli ordina di non dare assolutamente retta alle parole della gente e di continuare, con la massima decisione, la propria missione.

Coloro che si convertirono all’Islam furono fatti oggetto di terribili torture e tormenti dai miscredenti; spesso accadeva che alcuni di loro perdessero la vita a causa di tali torture. A volte, la pressione diveniva talmente intollerabile che i fedeli chiedevano al Profeta il permesso di organizzare una sanguinosa rivolta e porre cosí fine all’oppressione dei loro empi nemici. Il Profeta diceva però: “A tal proposito non ho ricevuto alcun ordine da Dio l’Eccelso: occorre pazientare”. Alcuni, sfiniti dai continui soprusi dei miscredenti, raccolsero la loro roba ed emigrarono.

A un certo punto la situazione divenne talmente critica per i Musulmani che il nobile Profeta autorizzò i propri compagni a emigrare in Abissinia per mettersi cosí al riparo, per un certo periodo, dalle torture e dalle molestie della propria gente. Un gruppo di fedeli, capeggiato da Ja’far {figlio di Abutàlib, fratello del Principe dei Credenti e uno dei migliori compagni del sommo Profeta}, si trasferí quindi in Abissinia.

Quando i miscredenti della Mecca vennero a sapere dell’esilio dei Musulmani mandarono due dei loro abili ed esperti uomini, con una notevole quantità di doni, a chiedere al Negus l’estradizione degli esiliati. Ja’far con uno straordinario discorso tenuto alla presenza del Negus, dei sacerdoti cristiani e delle diverse autorità abissine, descrisse loro la divina personalità del sommo profeta Muhammad (S) e recitò anche alcuni versetti della “Sura di Maria”.

Le sue sincere parole erano talmente profonde e incantevoli che fecero piangere tutti, compreso il Negus. Quest’ultimo si rifiutò ovviamente di estradare gli esuli e respinse altresí i doni inviatigli dai miscredenti della Mecca. Ordinò poi di facilitare la residenza dei profughi musulmani e di mettere a loro disposizione ogni comodità.

Dopo questo fallimento, i miscredenti della Mecca concordarono di troncare ogni rapporto con i Baní Hàshim, parenti e seguaci del Profeta, e di isolarli e interrompere ogni loro relazione economica e sociale con l’esterno. Redatto in tal senso un accordo, lo fecero firmare a tutti e lo deposero nella Ka’bah.

I Baní Hàshim, accompagnati dal sommo Profeta, si trovarono costretti a lasciare la Mecca. Si rifugiarono in una gola conosciuta con il nome di “Gola di Abutàlib”, nella quale vissero per lungo tempo nelle piú difficili condizioni. Nessuno aveva il coraggio di uscire dalla gola, nella quale si doveva sopportare, durante il giorno, un tremendo caldo e, di notte, i lamenti delle donne e dei bambini.

Tre anni dopo i miscredenti a causa della scomparsa del documento deposto nella Ka’bah e dei numerosi rimproveri ricevuti dalle tribú della regione per il disumano atteggiamento da loro assunto nei confronti dei Baní Hàshim, rinunciarono all’accordo e questi ultimi poterono cosí porre termine al loro esilio.

Fu in quel periodo che la giovane comunità islamica perdette il nobile Abutàlib, unico protettore del sommo Profeta, e la generosa Khadíjah. Con la scomparsa di questi due saldi sostegni la vita del Profeta si complicò notevolmente; egli non poteva piú mostrarsi in pubblico e la sua vita era costantemente in pericolo.

L’Egira

L’anno in cui il sommo Profeta e i Baní Hàshim uscirono dalla “Gola diAbutàlib” era il tredicesimo della sua missione. In esso compí un breve viaggio a Taièf (città situata a circa cento chilometri dalla Mecca) e invitò gli abitanti di questa città ad abbracciare l’Islam. Gli ignoranti e i malvagi di Taièf si riversarono da ogni parte della città e iniziarono a ingiuriare e a prendere a sassi il Profeta; gli empi riuscirono alla fine a scacciarlo dalla città.

Tornò quindi alla Mecca e vi rimase per un certo periodo. Anche in questa città, come è già stato detto in precedenza, v’erano individui ignoranti e malvagi che gli erano fortemente ostili; di conseguenza, la sua vita era costantemente in pericolo.

I notabili della Mecca, ravvisando circostanze favorevoli, decisero nel corso di una riunione segreta (svoltasi in un luogo chiamato Dàrunnadwàh, l’analogo di un parlamento odierno) di eliminare il Profeta. Concordarono di scegliere una persona da ognuna delle tribú arabe e formare cosí una squadra che sarebbe dovuta penetrare nella casa del profeta e ucciderlo; questi empi volevano far partecipare tutte le tribú al delitto per mettere i Baní Hàshim (la tribú alla quale apparteneva il sommo Profeta) nell’impossibilità di vendicarsi. La partecipazione di un membro di questa stessa tribú all’assassinio avrebbe inoltre fatto completamente tacere gli altri.

Il progetto venne messo in atto e circa quaranta volontari nottetempo circondarono la dimora del Profeta con l’intento di attaccare la casa all’alba e assassinarlo. Tuttavia la volontà di Dio era diversa e il progetto fallí miseramente. Il Signore si rivelò infatti al Profeta, lo mise al corrente del complotto e gli ordinò di lasciare la Mecca ed emigrare a Medina. Il Profeta, informato Alí (as) dell’intrigo, gli comandò di trascorrere la notte dormendo nel suo letto e, dopo avergli fatto le ultime raccomandazioni, se n’andò.

Per la strada vide Abubàkr e lo portò con sé a Medina. Arrivarono nottetempo in una grotta del monte Saur. Dopo essersi nascosti nella grotta per tre giorni, proseguirono il loro viaggio fino a Medina ove la popolazione accolse calorosamente il sommo Profeta. Del resto, prima dell’Egira, alcuni dei notabili di Medina avevano incontrato alla Mecca il Profeta e si erano convertiti all’Islam; gli avevano inoltre promesso di appoggiarlo e difenderlo con tutte le loro forze nel caso in cui si fosse recato a Medina.

Nel frattempo gli empi, che avevano circondato la casa, la assalirono, trovando inaspettatamente Alí nel letto del Profeta; appena vennero al corrente della sua fuga si precipitarono fuori della città, ma tutte le loro ricerche furono vane.

 

Tratto da: Allamah Tabataba’i “Compendio della Dottrina Islamica”, Majma Jahani Ahlulbayt.

 

 

 

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