IQNA

Esistenzialismo islamico

10:23 - June 28, 2022
Notizie ID: 3487736
Iqna - Il Profeta non venne per allontanarci dal nostro abisso ma, bensì, per prepararci ad affrontarlo ci insegnò a distinguerci, ad essere uomini d’azione sempre pronti alla ribellione, sempre pronti ad interrogarci sul senso, ma sotto gli occhi di un Creatore clemente, misericordioso ma anche severo. La prima comunità islamica fu di una fratellanza e di una prassi di vita così innovative da rappresentare, per tutte le epoche successive, quasi un’icona dell’eversione, il vero e proprio archetipo della trasgressione, l’unica autentica trasgressione in tutte le epoche storiche: abbandonarsi al volere di Dio a costo di apparire folli

Esistenzialismo islamico

 

In Europa si va aggirando un nuovo spettro: esso si chiama gioventù. È uno strano fantasma: disilluso, sbiadito, tormentato e svuotato, ma al contempo carico di una vitalità esplosiva che giammai si immaginerebbe albergare in un diafano ectoplasma. È il fantasma di una gioventù a cui tutto è stato rapito, tutto è stato involato, anche il diritto alla ribellione, anche il potere di trasgredire incidendo nella storia o nel quotidiano. Ai giovani è stato rubato lo stupore del pallone aerostatico la cui vista richiama esotici lidi e grandi avventure; ad essi è stato sottratto l’amaro gusto di un tormento che però si nutra, nel profondo, di aspirazioni ideali se non addirittura eversive. Ai giovani è stato strappato il senso, quella radice eventualmente da rigettare per poi ritornarvi rinnovati e veterani, o da abbracciare sacrificando ad essa, se necessario, anche la vita, contro il rammollito buon senso di quegli adulti nati incendiari e divenuti pompieri.

La gioventù si aggira per le strade di codesta penisola dell’Asia senza una meta, disillusa, stordita ed avvelenata da una mancanza di significato adorna ed ammiccante di ignobili satanici lustrini. È così che la si vuole: stordita e disperata ma al contempo vuota e fiaccata. Chi tra di noi non ricorda le inquietudini giovanili di una vita priva di senso? Di una prospettiva da lombrico della catena alimentare che nasce, si alimenta, dorme, si riproduce, ridacchia nella sua fanghiglia e poi muore? Noi più grandicelli, prima generazione senza guerre, allevati a nutella e Geeg Robot, possiamo ricordarci quella vertigine di vuoto che ci colse una volta usciti dai miraggi di bambagia della merenda delle quattro. Ci trovammo innanzi ad un abisso ed esso guardò in noi. Ma di certo non fu così romantico come immaginavamo leggendo le pagine del folle profeta di Rocken. Era un abisso di inanità, una palude stigia che subito ci pervase tentando di affogare sogni e vitalità sul nascere; era il malefico putridume di una malattia metafisica che ormai da tempo avvelena l’Europa e le sue ignare generazioni. Ci ricordiamo, tutti noi che prendemmo coscienza di quel malessere, la nostra lotta interiore per non cedere alle lusinghe di un nulla ammantato di allettamenti; le domeniche pomeriggio spese a duettare con le dissolventi accidie di un demone meridiano che sempre e incessantemente sussurra: non v’è alcun senso! Eppure la maggior parte di noi cadde preda del maleficio e si fece larva, rinunciando a sogni, ideali e follie e soffocando il fanciullo spirituale.

Ora guardiamo a questi giovani. Noi avemmo ancora uno scampolo morente, un bagliore di pallido tramonto di cose già morte ma esalanti un respiro terminale tale da poterne conservare il ricordo e magari la semenza. Loro no! Sono uno spettro, sbiadito e piangente, tra le rovine di un deserto brullo sotto mentite spoglie di esiziale giardino. Pensano di bere acqua e invece ingollano sabbia…ed intanto sbiadiscono sempre più, soffrendo senza un perché manifesto o, quantomeno, consapevole. Ma tra di essi vi è ancora che si pone domande, li possiamo vedere e riconoscere: sono curiosi e furiosi, perduti ma in cerca, svegli e, forse per questo, ancor più tormentati e nichilisti dei loro coetanei. Come rispondere a codesta sete indefinita? Parliamo di Islam.

Perché codesta Rivelazione dovrebbe placare le ansie e la sete? Perché essa dovrebbe ammansire i tormenti? Forse il punto di vista è falsato. Forse è proprio questo che una rivelazione non dovrebbe fare! E’ proprio questo che essa non dovrebbe offrire: quieto vivere, stabilità, risposte assolute ed irenica gioia. Cos’è che ha suscitato in questi giovani inquieti la ripulsa verso un’offerta esistenziale elargita da pseudo-prelati col maglioncino nero e la chitarra a tracolla? L’ingiunzione a starsene buoni, a rientrare nei ranghi, a vivere la vita come un’ordinaria liturgia borghese il cui unico picco sia, per l’appunto, l’accidioso pomeriggio domenicale. Dunque l’ennesima proposta di rasserenamento soporifero degli slanci? Di uniformità delle coscienze? Ma l’Islam è forse sceso per offrirci una vita comoda o quantomeno ordinaria? È forse sceso per placare gli animi e mettere la mordacchia del non-sta-bene agli spiriti più inquieti? O forse è stato rivelato per metter tutto in discussione? Per alimentare i sani tormenti, suscitare rivolte interiori ed esterne e porre ancor più domande? È questo il punto della nostra riflessione: il Profeta non venne per allontanarci dal nostro abisso ma, bensì, per prepararci ad affrontarlo.

Egli ci insegnò a distinguerci, ad essere uomini d’azione sempre pronti alla ribellione, sempre pronti ad interrogarci sul senso, ma sotto gli occhi di un Creatore clemente, misericordioso ma anche severo. La prima comunità islamica fu di una fratellanza e di una prassi di vita così innovative da rappresentare, per tutte le epoche successive, quasi un’icona dell’eversione, il vero e proprio archetipo della trasgressione, l’unica autentica trasgressione in tutte le epoche storiche: abbandonarsi al volere di Dio a costo di apparire folli. E questo è l’unico messaggio che possa parlare ai cuori di codesti giovani all’inquieta ricerca di stimoli, alla cerca di un sé radicato nel cosmo: insegnar loro che amare Dio non è accettare tutto e tutti ma dire recisamente no e voltare le spalle a chicchessia, costi quel che costi; non è uniformarsi ad una vulgata o ad un ulteriore conformismo ad essa contrapposto ma manifestare la propria unicità, anche se scomoda, in quanto simbolo di quell’unicità che è propria di Dio Altissimo.

Bisogna ricordar loro che amare Dio è compiere atti spesso incomprensibili per le torpide masse; è correre rischi inenarrabili, è assumere atteggiamenti scomodi ed irriducibilmente controcorrente, è vivere nel mondo come bizzarri, arcani stranieri. Amare Dio vuol dire infrangere gli idoli in sé e fuori di sé, con un gesto di rottura simbolica e reale. E dunque ecco il beau geste, l’atto avventato, che da affermazione del proprio ego si fa rutilante teofania. E tutto questo senza esser soli ma vivendo un insondabile mistero che, arcanamente, si cela e si squaderna, passo dopo passo.

Solo i giovani possono capire a pieno i tormenti di Muhammad, immedesimarsi con lui e godere della pienezza inebriante del trionfo di Mecca in cui una furia iconoclasta e gioiosa fece piazza pulita di un mondo corrotto, sotto lo sguardo intimorito e confuso del mercante sordido e riottoso. L’Islam offre risposte che interrogano; non ammansisce le inquietudini ma le trasforma in inestinguibile ardore; non ti mette a sedere ma ti induce ad emigrare; non ti invita al quieto vivere ma ti parla di lotta; non stabilisce uno status quo ma una rivoluzione permanente nell’amore divino che tutto annienta e tutto riedifica nella sua purezza. Ed è proprio questo quel che agognano i giovani inquieti: domande importanti, interlocutori autorevoli, purezza, intraprendenza e sfida. Illustrare cosa sia la Jahiliya, l’età dell’ignoranza, indicarne l’attualità nei volti deformati dai piaceri offerti dalle odierne sirene occidentali, indicar loro che la sveglia è l’urlo di un folle inerpicatosi in cima ad un minareto da cui poi sorse un nucleo di fratelli audaci, pronti a sperimentare la comunità più avveniristica che si possa immaginare, è compito di sapienti che sappiano quanto sia mitopoietico e contraddittorio l’animo di un giovane moderno. Mostrar loro codesta attitudine esistenzial-militante della rivelazione è conquistarli ad una visione della vita che, non solo è vera, ma induce ad un continuo rinnovamento tramite i suoi slanci mai sopiti. Poiché infrangere gli idoli piace a tutti, è un gesto profondamente liberatorio che fa emergere in noi e nelle geografie dell’anima, la giusta polarità verso cui tendere, tutta vita, come atleti votati all’Altissimo.

Insegniamo ai giovani a ridestarsi; insegniamo loro ad infrangere gli idoli del nichilismo e dei piaceri indotti; insegniamo loro lo slancio eversivo e palingenetico di una purezza che non ammette compromessi; potranno così disseppellire la Ka’ba perduta nei loro cuori e volgersi a Dio come poeti dell’esistenza pronti a sognare, cantare ed ardire poiché… in ogni giovane riposa un animo eroico ed il Santo Corano è il peana del suo risveglio.

 

 

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