Continua a salire drammaticamente il numero delle vittime di colera in Yemen.Nevio Zagaria, rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) nel Paese, ha aggiornato il bilancio sabato riferendo che sono morte finora 1.500 persone a causa di questa malattia infettiva che ha colpito 21 delle 22 province yemenite.Secondo i dati forniti da WHO, al 30 giugno erano 246.000 i casi di colera. Un dato impressionante soprattutto se si pensa, sottolinea Zagaria, che il numero dei contagiati è decuplicato negli ultimi due mesi. I più colpiti, ha poi evidenziato Sherin Varkey dell’Agenzia Onu per l’Infanzia (Unicef), sono i bambini: un quarto delle vittime è rappresentato dai giovanissimi.
I nuovi numeri forniti dall’Organizzazione mondiale della Sanità confermano le sue previsioni allarmanti di due settimane fa quando i morti erano 1.300 e si parlò di 5.000 nuovi casi al giorno. Ad aggravare la crisi c’è poi da tenere in conto che il sistema sanitario locale è da tempo collassato a causa delle guerra iniziata due anni fa nel Paese da una coalizione di stati sunniti guidata dall’Arabia Saudita. Molte strutture sanitarie locali sono state più volte oggetto dei raid di Riyadh, ma anche quando sono state risparmiate dalla furia delle bombe, sono poco operative per mancanza di fondi. Emblematico, a tal riguardo, il fatto che da più di 6 mesi i lavoratori del settore sanitario non percepiscono lo stipendio. Il WHO ha provato a mettere una pezza pagando degli "incentivi” per dottori, infermieri, addetti alle pulizie, paramedici.Con l’aiuto della Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale della Sanità ha provato a creare centri di trattamento con 50-60 letti ciascuno dove lavorano almeno 14 persone giorno e notte. L’obiettivo, fanno sapere, è raggiungere 5.000 posti letto in totale.
Ma è una lotta contro il tempo.A lanciare l’allarme è Stephen O’Brien, il sottosegretario generale dell’Onu per le questioni umanitarie: "La crisi non sta venendo, non sta incombendo. E’ già qui oggi: le persone comuni ne stanno pagando il prezzo. Il popolo yemenita è soggetto a stenti, malattie, morte mentre il mondo resta a guardare”.
Continua a salire drammaticamente il numero delle vittime di colera in Yemen. Nevio Zagaria, rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) nel Paese, ha aggiornato il bilancio sabato riferendo che sono morte finora 1.500 persone a causa di questa malattia infettiva che ha colpito 21 delle 22 province yemenite. Secondo i dati forniti da WHO, al 30 giugno erano 246.000 i casi di colera. Un dato impressionante soprattutto se si pensa, sottolinea Zagaria, che il numero dei contagiati è decuplicato negli ultimi due mesi. I più colpiti, ha poi evidenziato Sherin Varkey dell’Agenzia Onu per l’Infanzia (Unicef), sono i bambini: un quarto delle vittime è rappresentato dai giovanissimi. I nuovi numeri forniti dall’Organizzazione mondiale della Sanità confermano le sue previsioni allarmanti di due settimane fa quando i morti erano 1.300 e si parlò di 5.000 nuovi casi al giorno. Ad aggravare la crisi c’è poi da tenere in conto che il sistema sanitario locale è da tempo collassato a causa delle guerra iniziata due anni fa nel Paese da una coalizione di stati sunniti guidata dall’Arabia Saudita. Molte strutture sanitarie locali sono state più volte oggetto dei raid di Riyadh, ma anche quando sono state risparmiate dalla furia delle bombe, sono poco operative per mancanza di fondi. Emblematico, a tal riguardo, il fatto che da più di 6 mesi i lavoratori del settore sanitario non percepiscono lo stipendio. Il WHO ha provato a mettere una pezza pagando degli "incentivi” per dottori, infermieri, addetti alle pulizie, paramedici. Con l’aiuto della Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale della Sanità ha provato a creare centri di trattamento con 50-60 letti ciascuno dove lavorano almeno 14 persone giorno e notte. L’obiettivo, fanno sapere, è raggiungere 5.000 posti letto in totale. Ma è una lotta contro il tempo. A lanciare l’allarme è Stephen O’Brien, il sottosegretario generale dell’Onu per le questioni umanitarie: "La crisi non sta venendo, non sta incombendo. E’ già qui oggi: le persone comuni ne stanno pagando il prezzo. Il popolo yemenita è soggetto a stenti, malattie, morte mentre il mondo resta a guardare”.Non ha torto O’Brien a sottolineare l’indifferenza internazionale (in particolar modo occidentale) di fronte a quanto sta accadendo nel Paese. Del resto l’epidemia del colera è scoppiata ormai da mesi, l’Onu da tempo lancia allarmi a dir poco allarmanti sullo stato sanitario locale. Tuttavia, la comunità mondiale continua a restare con le mani in mano da un punto di vista sia politico che umanitario. Tutto ciò è però coerente con ilsilenzio/assenso scelto dagli europei e statunitensi sin dall’inizio dell’offensiva violentissima dei Saud(almeno 10.000 le vittime) in chiave anti-houthi (sostenuti dagli iraniani).
Eppure, ha rassicuratoierisul britannico Independentil dottore saudita Abdullah al-Rebeeah, l’Arabia Saudita non "ha intenzione in nessun modo di bombardare i civili”. Al-Rabeeh non è un semplice medico: èil supervisore generale del "Centro di sollievo e d’aiuto umanitario del re Salman” (KS Relief). Secondo lui non c’è alcuna contraddizione tra bombardare un Paese e, nello stesso tempo, dichiararsi il maggiore donatore in campo umanitario (finora oltre 1 miliardo di riyal sono stati donati dal Ks Relief allo Yemen).A suo dire, infatti, i sauditi "sono qui per aiutare”. Malgrado qualche effetto collaterale, sia chiaro. "Dove c’è un conflitto – ha spiegato infatti al-Rabeeah – ci saranno errori per i quali noi paghiamo [un prezzo] e ci scusiamo. Ma non vogliamo uccidere i civili”.
Motivazioni che non sembrano convincere del tutto. O almeno non convincono Jeremy Corbin, il leader del partito laburista all’opposizione in Inghilterra. In una intervista trasmessa ieri da al-Jazeera,Corbyn ha chiesto nuovamente al governo inglese di porre fine alla vendita di armi alla monarchia di re Salman e ha invitato le parti belligeranti al cessate il fuoco."Abbiamo costantemente condannato l’uso delle armi da parte dell’Arabia Saudita in Yemen – ha detto il capo laburista – e chiediamo la sospensione della loro vendita”. Sin dall’inizio della guerra, Londra ha esportato nel regno wahhabita armi per un valore di poco superiore ai 4 miliardi di dollari (dati dell’organizzazione inglese di stanza a Londra "Campagna contro il commercio d’armi).
Nel Paese, intanto, si continua a combattere e a morire. Sabato notte due presunti miliziani di al-Qa’eda sono stati uccisi in un attacco con un drone mentre erano a bordo di una moto nella cittadina di al-Wadei, nella provincia di Abyan. Non è chiaro chi abbia compiuto l’attacco, ma da anni gli statunitensi compiono operazioni del genere contro il ramo locale di al-Qa’eda (conosciuto come Aqap). Approfittando del caos che regna nel Paese, però, i qa’edisti restano molto forti in diverse aree dello Yemen. In particolar modo nella regione dell’Hadramawt dove mercoledì scorso, nel distretto di al-Qoton, hanno ucciso tre soldati yemeniti.
Non ha torto O’Brien a sottolineare l’indifferenza internazionale (in particolar modo occidentale) di fronte a quanto sta accadendo nel Paese. Del resto l’epidemia del colera è scoppiata ormai da mesi, l’Onu da tempo lancia allarmi a dir poco allarmanti sullo stato sanitario locale. Tuttavia, la comunità mondiale continua a restare con le mani in mano da un punto di vista sia politico che umanitario. Tutto ciò è però coerente con il silenzio/assenso scelto dagli europei e statunitensi sin dall’inizio dell’offensiva violentissima dei Saud (almeno 10.000 le vittime) in chiave anti-houthi (sostenuti dagli iraniani). Eppure, ha rassicurato ieri sul britannico Independent il dottore saudita Abdullah al-Rebeeah, l’Arabia Saudita non "ha intenzione in nessun modo di bombardare i civili”. Al-Rabeeh non è un semplice medico: è il supervisore generale del "Centro di sollievo e d’aiuto umanitario del re Salman” (KS Relief). Secondo lui non c’è alcuna contraddizione tra bombardare un Paese e, nello stesso tempo, dichiararsi il maggiore donatore in campo umanitario (finora oltre 1 miliardo di riyal sono stati donati dal Ks Relief allo Yemen). A suo dire, infatti, i sauditi "sono qui per aiutare”. Malgrado qualche effetto collaterale, sia chiaro. "Dove c’è un conflitto – ha spiegato infatti al-Rabeeah – ci saranno errori per i quali noi paghiamo [un prezzo] e ci scusiamo. Ma non vogliamo uccidere i civili”. Motivazioni che non sembrano convincere del tutto. O almeno non convincono Jeremy Corbin, il leader del partito laburista all’opposizione in Inghilterra. In una intervista trasmessa ieri da al-Jazeera, Corbyn ha chiesto nuovamente al governo inglese di porre fine alla vendita di armi alla monarchia di re Salman e ha invitato le parti belligeranti al cessate il fuoco. "Abbiamo costantemente condannato l’uso delle armi da parte dell’Arabia Saudita in Yemen – ha detto il capo laburista – e chiediamo la sospensione della loro vendita”. Sin dall’inizio della guerra, Londra ha esportato nel regno wahhabita armi per un valore di poco superiore ai 4 miliardi di dollari (dati dell’organizzazione inglese di stanza a Londra "Campagna contro il commercio d’armi). Nel Paese, intanto, si continua a combattere e a morire. Sabato notte due presunti miliziani di al-Qa’eda sono stati uccisi in un attacco con un drone mentre erano a bordo di una moto nella cittadina di al-Wadei, nella provincia di Abyan. Non è chiaro chi abbia compiuto l’attacco, ma da anni gli statunitensi compiono operazioni del genere contro il ramo locale di al-Qa’eda (conosciuto come Aqap). Approfittando del caos che regna nel Paese, però, i qa’edisti restano molto forti in diverse aree dello Yemen. In particolar modo nella regione dell’Hadramawt dove mercoledì scorso, nel distretto di al-Qoton, hanno ucciso tre soldati yemeniti.