IQNA

23:58 - September 09, 2020
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Iqna - Questo articolo, tratto da un un discorso tenuto dal Martire Ayatullah Morteza Motahhari, è dedicato a tutti i Martiri sul Sentiero di Dio, da Adamo fino al Giorno del Giudizio, ed in particolare al Principe dei Martiri (Sayyid al-Shuhada) Aba Abdillah al-Husayn (as), la cui luminosa Guida costituisce l’Arca della Salvezza e un mezzo sicuro per chi percorre il sentiero spirituale verso Iddio Altissimo

Il Martire (prima parte)

 

La traduzione e pubblicazione di questo testo dall’originale persiano, che rappresenta la trascrizione di un discorso tenuto dal Martire Ayatullah Morteza Motahhari nella Grande Moschea di Narmak a Teheran nella notte precedente il giorno di Ashura nel 1973, è dedicata a tutti i Martiri sul Sentiero di Dio, da Adamo fino al Giorno del Giudizio, ed in particolare al Principe dei Martiri (Sayyid al-Shuhada) Aba Abdillah al-Husayn (as), la cui luminosa Guida costituisce l’Arca della Salvezza e un mezzo sicuro per chi percorre il sentiero spirituale verso Iddio Altissimo.

Ass. Islamica Imam Mahdi (aj)

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La sacralità del martire

Ci sono alcuni termini ed espressioni che implicano, nell’uso generale e nella terminologia islamica in particolare, un senso di dignità ed a volte persino di santità. Sapiente, filosofo, inventore, eroe, restauratore, mujtahid, maestro, studente, AbidZahidMu’minmujahidmuhajirsiddiqamr bil marufwaliimamnabi, sono alcuni termini appartenenti a questa categoria. (1) Un significato di dignità e perfino di santità è insito in essi nel linguaggio comune e nel lessico islamico in particolare. E’ evidente che una parola in sé stessa non possiede santità. Diventa sacra grazie al significato che trasmette. La santità di un significato dipende da una particolare visione che deriva dall’approccio psicologico delle società nel valutare le questioni metafisiche.

Nella terminologia islamica troviamo una parola che possiede una santità particolare. Quando qualcuno che ha familiarità con forme d’espressione islamica simili ascolta questo termine percepisce che è rivestito di una luce speciale. Questa parola è shahid (martire). Un senso di grandezza e santità le è associato, nel suo uso, da parte di tutte le culture. Certamente i criteri variano. Per ora ci interessa solamente il significato islamico di questo termine.

Dal punto di vista islamico una persona è degna del rango di martire solamente quando viene riconosciuto come tale in base ai criteri dell’Islam. Solamente colui che viene ucciso mentre compie uno sforzo per realizzare i sublimi obiettivi islamici ed è realmente motivato da un desiderio di salvaguardia dei veri valori umani raggiunge questa stazione, che è la più alta alla quale un uomo possa aspirare. Da ciò che il Sacro Corano e gli ahadith affermano riguardo ai martiri(in arabo shuhada, pl. di shahid) è possibile dedurre il perché i musulmani attribuiscano tale santità a questo termine e quale è la logica che lo sottintende.

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La prossimità divina del martire

Il Sacro Corano dice riguardo alla prossimità del martire a Dio:

“Non considerare morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Allah, anzi, sono vivi, sostentati presso il loro Signore” (3: 169)

Nell’Islam, quando si desidera esaltare una persona o un’opera, si afferma che questa persona possiede l’onore del martire o che tale particolare atto merita la ricompensa del martirio. Rispetto a uno studente che cerca la conoscenza con l’intenzione di raggiungere la verità e ottenere il favore di Dio, se per esempio muore durante il suo corso di studi si dice che la sua morte equivale a quella di un martire. Questa espressione denota l’alto rango e santità dello studente. Similmente, riguardo ad una persona che soffre e lavora in modo estenuante per mantenere la propria famiglia, si dice che è un combattente (mujahid) sul Sentiero di Dio. Possiamo notare come l’Islam si opponga severamente al letargo ed al parassitismo e consideri il lavorare duramente come un dovere.

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La prerogativa del martire

Tutti coloro che in un modo o in un altro hanno reso servigi all’umanità, come i sapienti, i filosofi, gli inventori o gli insegnanti, meritano la gratitudine dell’intera umanità, ma nessuno la merita quanto i martiri, ed è per questo che la reazione emotiva delle genti e le loro pure manifestazioni di amore verso i martiri sono maggiori rispetto a quelle riservate agli altri.

Ma per quale motivo i martiri hanno più diritti rispetto agli altri?

Tutti gli altri servitori dell’umanità sono indebitati con i martiri, mentre i martiri non lo sono con nessuno, o lo sono in misura minore. Un sapiente, un filosofo, un inventore o un maestro richiedono un’atmosfera congeniale e libera per poter prestare i loro servizi: è il martire che provvede a questa atmosfera con il proprio sacrificio supremo.

Il martire può essere paragonato ad una candela il cui lavoro consiste nell’ardere ed estinguersi per dare luce a beneficio degli altri. I martiri sono le candele della società. Essi ardono sé stessi e la illuminano. Se quest’ambiente rimasse al buio nessun altro potrebbe compiere il proprio compito. La storia di un martire e quella di un non martire sono come quelle della candela del testimone della poetasse Parvin: un uomo che lavora con la luce del giorno, e di notte con quella di una candela o di una lampada, presterà attenzione ad ogni cosa ad eccezione della fonte della luce con la quale lavora, mentre senza questa luce egli non potrebbe compiere nulla. I martiri sono gli illuminatori della società. Se essi non avessero dispensato la loro luce sopra le tenebre del dispotismo e dell’oppressione, l’umanità non avrebbe compiuto alcun miglioramento.

Il Sacro Corano ha usato una delicata espressione riguardo il Santo Profeta (S). Lo ha comparato ad una lampada illuminante. Questa espressione include sia il significato di ardere sia quello di illuminare. Il Sacro Corano dice:

O Profeta, ti abbiamo mandato come testimone, nunzio e ammonitore, che chiama ad Allah, con il Suo permesso; e come lampada che illumina. (Corano, 33: 45-46)

Non vi è dubbio che, in accordo alla terminologia islamica, shahid (martire) sia una parola con un significato illuminato e santo e a coloro che utilizzano un lessico islamico trasmette un significato più elevato di qualsiasi altra parola.

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Il corpo del martire

L’Islam è una religione giuridica, e non possiede alcuna norma che non tenga in considerazione l’ordine sociale. Secondo la Legge Islamica il corpo deceduto di ogni musulmano deve ricevere un’abluzione rituale (ghusl) ed essere avvolto in indumenti puliti ed ordinati. Fatto questo, bisogna compiere alcune orazioni e soltanto successivamente il corpo viene sepolto. Ci sono valide ragioni nel compiere tutto ciò, ma non desideriamo trattarle nel presente contesto.

Ad ogni modo vi è un’eccezione a questa regola generale: il martire. Di tutte le norme sopra citate per il martire viene compiuta solamente la Preghiera funebre e la sepoltura. Il corpo di un martire non necessita dell’abluzione rituale né che vengano cambiati i vestiti che indossa. Questa eccezione possiede un significato profondo. Dimostra che lo spirito e la personalità di un martire sono così purificati e puri che il suo corpo, il suo sangue ed i suoi indumenti vengono anch’essi influenzati da questa purificazione.

Il corpo del martire si è ‘spiritualizzato’, nel senso che determinate regole applicabili allo spirito vengono applicate anche al suo corpo, sangue e indumenti. Il corpo e gli indumenti di un martire acquisiscono rispettabilità grazie al suo spirito, virtù e sacrificio. Colui che cade martire in battaglia è sepolto con il corpo e con gli indumenti impregnati di sangue, senza abluzione rituale maggiore e sudario. Queste norme della Legge Islamica sono un segno della santità del martire.

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Ragioni della santità del martire

Qual è il fondamento della santità del martirio? E’ evidente che il fatto di essere semplicemente uccisi non comporta alcuna santità. Molti dei casi in cui le persone vengono uccise rientrano fra le vite dissipate e anziché rappresentare una fonte di orgoglio possono essere fonte di disonore. Lasciatemi spiegare brevemente questo punto. Sappiamo che esistono diversi tipi di morte:

1) Morte naturale: Quando una persona conclude il consueto corso della sua vita e muore in maniera naturale. La sua morte è considerata un evento ordinario. Non è causa di orgoglio né di vergogna, né sicuramente è motivo di eccessiva tristezza. Ovviamente queste morti non vengono considerate neanche esistenze dilapidate.

2) Morte accidentale: Si tratta della morte come risultato di un incidente o di malattie epidermiche come il vaiolo e la peste, o dovuta a disastri naturali come terremoti o inondazioni. Questo tipo di morte, anche se non è fonte di orgoglio o di disonore, è ovviamente causa di tristezza.

3) Morte criminale: In questo caso una persona uccide un’altra a sangue freddo semplicemente per soddisfare le proprie passioni o perché considera la vittima come un proprio rivale. Abbiamo frequenti casi di tale tipo di omicidio. Spesso leggiamo sui giornali che una certa donna ha ucciso il figlio di suo marito perché il padre amava il bambino mentre la donna cercava di monopolizzare la sua attenzione, o che un determinato uomo ha ucciso una donna che rifiutava di accettare il suo amore. Similmente, nella storia, leggiamo che un certo governante ha massacrato tutti i figli di un altro governante per eliminare le possibilità di una futura rivalità. In tali casi l’azione dell’assassinio è considerata come atrocemente criminale e malvagia e la persona assassinata viene considerata come vittima di aggressione e tirannia, privata inutilmente della propria vita. La reazione che provoca questo tipo di omicidio è di dispiacere e compassione. E’ evidente che tale tipo di morte è scioccante e deplorevole, ma non è né degna di lode né motivo di orgoglio. La vittima ha perso la sua vita inutilmente, a causa di malizia, inimicizia e odio.

4) Suicidio: In questo caso la morte stessa costituisce un crimine e, per tanto, rappresenta il peggior tipo di morte. Le morti suicide e quelle di quanti muoiono in incidenti automobilistici per propria colpa rientrano in questa categoria. Lo stesso è il caso della morte di coloro che vengono uccisi mentre commettono un peccato.

5) Martirio:il martirio è la morte di una persona che, nonostante sia pienamente cosciente dei rischi esistenti, li affronta volontariamente per una causa sacra o, come dice il Sacro Corano, fi sabil Allah (sulla Via di Dio).

Il martirio possiede due elementi fondamentali: a) che avvenga sulla Via di Dio, che l’obiettivo sia sacro e che l’essere umano voglia sacrificare la propria vita per questo obiettivo; b) Il sacrificio viene compiuto consapevolmente.

Generalmente, nel caso del martirio, è implicato un elemento di criminalità. In riferimento alla vittima la sua morte è sacra, ma per quanto riguarda l’azione degli assassini è un crimine odioso. Il martirio è eroico e ammirevole poiché è il risultato di un’azione volontaria e cosciente e per un obiettivo sacro. E’ il solo tipo di morte ad esser più elevata, grande e santa della vita stessa.

E’ detestabile che la maggioranza dei predicatori che narrano la storia di Karbala chiamino l’Imam Husayn (as) Sayyid al-Shuhada (il Signore, o Principe, dei Martiri) benché abbiano una visione analitica molto limitata riguardo alla questione del martirio. Essi descrivono gli eventi in una tal forma che sembra che l’Imam abbia perso la propria vita vanamente. Molti di noi piangono l’Imam Husayn (as) per la sua oppressione, innocenza e passività. Essi rimpiangono il suo esser vittima dell’egoismo di un uomo che bramava il potere, il quale sparse il sangue dell’Imam senza alcuna ragione. Se la storia fosse così semplice l’Imam Husayn (as) dovrebbe essere considerato solamente una persona innocente vittima di una grande ingiustizia, ma non dovrebbe allora esser chiamato martire né tanto meno il “Principe dei Martiri”. L’Imam Husayn (as) non è solo una vittima della brama di potere degli altri. Non vi è dubbio che coloro che perpetrarono tale tragedia abbiano commesso un crimine dovuto al loro egoismo, ma l’Imam compì coscientemente il martirio. I suoi nemici volevano che prestasse loro il giuramento di fedeltà ma egli, conoscendone perfettamente le conseguenze, scelse di resistere alle loro richieste. Egli considerò un grave peccato rimanere inerte in una simile situazione. La storia del suo martirio, ed in particolare le sue affermazioni, lo testimoniano. Nel sacrificare tutta la propria esistenza per un obiettivo sacro il martirio assume la sua sacralità.

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Jihad o responsabilità del martire

Ciò che conduce al martirio, cioè a una morte consapevole sulla via di un obiettivo sacro, è diventata una legge nell’Islam. Viene chiamata Jihad. Questa non è l’occasione per discutere in dettaglio la sua natura, né per decidere se è sempre difensiva, o offensiva, e nel caso fosse solamente difensiva, se è circoscritta alla difesa dei diritti personali, o tutt’al più nazionali, o se il suo scopo è così ampio da includere tutti i diritti personali come la libertà e la giustizia. Ci sono anche altre questioni rilevanti; se la fede nel Tawhid (Unità Divina) faccia parte dei diritti umani e se il Jihad sia o meno fondamentalmente in opposizione al diritto di libertà. La discussione di tali questioni può essere anche interessante ed istruttiva, ma non siamo nel luogo adatto (2). Per il momento è sufficiente dire che l’Islam non è una religione che afferma che, quando si viene colpiti sulla guancia destra, bisogna offrire quella sinistra (3), né afferma: “date a Cesare ciò che appartiene a Cesare e a Dio ciò che appartiene a Dio.” (4) Non è neanche una religione priva di un ideale sociale sacro che è necessario difendere.

Il Sacro Corano, in molti versetti, ha menzionato tre concetti sacri, fianco a fianco: Iman (fede), Hijrat (migrazione) e Jihad (5). L’uomo del Corano è un essere attaccato alla fede e slegato da tutto il resto. Per salvare la propria fede egli emigra e per salvare la fede della società, che in realtà equivale a salvare la società stessa dalle grinfie del demonio della miscredenza, compie il Jihad. Occuperemmo molto spazio riproducendo tutti i versetti e gli ahadith relativi a questo tema. Per adesso ci accontentiamo di citare alcuni passi da un sermone [dell’Imam ‘Ali] contenuto nel Nahjul Balaghah.

Nella prima parte dice:

“Non vi dubbio che il Jihad sia una porta al Paradiso, che Iddio ha aperto per i Suoi amici eletti. E’ l’abito della taqwa, l’armatura impenetrabile di Dio e lo scudo degno di fiducia. Iddio rivestirà coloro che si astengono dal prender parte al Jihad con un abito di umiliazione e un mantello indegno” (6)

Il Jihad è una porta per il Paradiso, ma non è aperta a tutti. Non tutti ne sono degni o sono stati eletti a diventare un mujahid (combattente sulla Via di Dio). Iddio ha aperto questa porta solamente ai Suoi intimi prediletti. Il rango di un mujahid è così elevato che non possiamo definirlo semplicemente intimo di Dio. Egli è l’intimo preferito di Dio.


Il Sacro Corano dice che il Paradiso possiede otto porte. Ovviamente lo scopo di questo numero di porte non è quello di evitare il traffico; non avremo nulla di ciò nell’altro mondo! Come Iddio può regolare i conti di tutte le persone istantaneamente (il Sacro Corano dice: “Egli è rapido nel conto”) (7), Egli può anche regolare l’entrata di tutti da un’unica porta. Non è questione di entrare a turno o di formarvi una coda. Queste porte non sono neanche destinate a differenti ceti sociali di persone, perché non avremo distinzioni di classe nell’altro mondo. Lì le persone non saranno classificate secondo la loro posizione sociale o professione. Le persone verranno classificate e raggruppate insieme solo in base al grado della loro fede, delle loro opere buone e della loro consapevolezza di Dio (taqwa). Una porta, analoga alla loro stazione spirituale in questo mondo, sarà aperta per ogni gruppo, giacché l’altro mondo non è altro che un riflesso di questo mondo. La porta attraverso la quale entreranno i combattenti (mujahidun) e i martiri (shuhada) è la porzione di Paradiso a loro riservata; è quella riservata agli intimi preferiti di Dio, i quali sono favoriti della Sua Grazia particolare.

Il Jihad è l’abito della taqwa. L’espressione “abito di taqwa” (libas al-taqwa) è stata utilizzata dal Sacro Corano nella Sura al A’raf  (8). L’Imam ‘Ali (as) dice che il Jihad è l’abito della taqwa. La taqwa consiste nella purezza sincera, ovvero nella libertà dalle impurità spirituali ed etiche che hanno radice nell’egoismo, nella vanità e nell’avarizia. Un vero mujahid è pertanto profondamente credente. Egli è puro perché è libero dalla gelosia, dalla vanità, dall’avarizia e dall’avidità. Un mujahid è il più puro tra tutti i puri. Egli rinnega il proprio ego e sacrifica se stesso. La porta che è aperta per lui è differente dalle porte aperte ad altri moralmente puri. Questa pietà possiede vari gradi come si può dedurre dal Sacro Corano, che dice:

“Per coloro che hanno prestato fede ed eseguito le buone opere non ci sarà peccato in quello che hanno mangiato [prima della proibizione], purché temano [Dio], credano e compiano le buone opere, poi temano [Dio] e credano, poi temano [Dio] e compiano il bene. E Dio ama i muhsinîn [bene operanti].” (5:93)

Questo versetto implica due punti preziosi della conoscenza coranica. Il primo punto è che abbiamo differenti gradi di fede e di pietas. Questo è il punto che discutiamo in questo caso. L’altro punto si riferisce alla filosofia di vita ed ai diritti umani. Il Sacro Corano afferma che le cose buone sono state create per l’uomo e l’uomo per la fede, la pietas e le buone opere. L’uomo è autorizzato ad utilizzare tutte le cose buone di Dio solamente quando marcia lungo il cammino della perfezione per lui prescritto dalla natura. Questo è il cammino della fede, della taqwa e delle buone opere.

I sapienti musulmani, ispirati da questo versetto, e da quello che è stato esplicitamente o implicitamente affermato in altre opere islamiche, hanno classificato la taqwa in tre categorie: a) Taqwa media; b) Taqwa superiore alla media; c) Taqwa eminente. La taqwa dei mujahidin è quella del sacrificio supremo. Essi rinunciano sinceramente a tutto ciò che possiedono e si abbandonano a Dio. Così essi indossano un abito di taqwa.

Il Jihad è un’armatura impenetrabile di Dio. Una comunità islamica equipaggiata con lo spirito del Jihad non è vulnerabile agli attacchi dei nemici. Il Jihad è un uno scudo fidato di Dio. L’armatura è la coperta difensiva che si indossa durante la battaglia, mentre lo scudo è uno strumento che si impugna per evitare i colpi e gli attacchi del nemico. Uno scudo è fatto per evitare i colpi e un’armatura è utilizzata per neutralizzarne l’effetto. Apparentemente l’Imam ‘Ali (as) ha paragonato il Jihad sia all’armatura che allo scudo perché alcune sue forme possiedono una natura preventiva e così eludono l’urto violento del nemico, mentre altre forme di Jihad possiedono una natura resistente, rendendo gli attacchi inefficaci.

Iddio vestirà con un indumento di umiliazione la persona che si astiene dal Jihad perché Egli non lo gradisce. Le persone che perdono lo spirito della lotta e della resistenza di fronte alle forze del male sono condannate all’umiliazione, alla disgrazia, alla sventura e all’impotenza.

Abbiamo finora parlato degli aspetti positivi del Jihad; vogliamo ora parlare degli effettivi negativi che comporta l’abbandono del Jihad. Essi sono:

  1. umiliazione e disonore: un popolo che perde questo livello [spirituale] sarà sicuramente un popolo umiliato e disonorato;
  2. Problemi e disastri: subire l’oppressione passivamente, contrariamente a ciò che pensano alcuni, non porta tranquillità nella vita, ma mille problemi e mali;
  3. Umiliazione spirituale;
  4. Perdere discernimento e perspicacia spirituali: è interessante il fatto che l’Imam ‘Ali (as) indichi che l’illuminazione del cuore e l’acquisire il discernimento spirituale (basirat qalb) dipendano unicamente dal compiere il Jihad. Nella logica islamica si dice che il discernimento spirituale è sempre frutto degli atti ma non si parla mai così chiaramente in nessun altro luogo di un atto sociale come il Jihad quale principio per intraprendere la Via dell’Ascesa verso Iddio (suluk ila’Llah), così che l’abbandono di questo atto comporta l’oscuramento del cuore;
  5. Abbandonando il Jihad, a coloro a cui era stato affidato il governo verrà tolta la legittimità di esercitare tale autorità e non saranno più degni di essere il portastendardo dell’Islam e tra coloro che invitano alla Verità;
  6. Perdere il rispetto altrui: finché un popolo è combattente (mujahid), gli altri lo tengono in considerazione e sono obbligati a rispettare la giustizia nei loro confronti; ma appena un popolo perde questa caratteristica, gli altri non lo terranno più in considerazione.

Tutte queste disgrazie sono causate dalla perdita della qualità di mujahid.

Il Santo Profeta (S) ha detto: “Tutto il bene è nella spada e sotto l’ombra della spada” (9). Disse ancora: “Iddio ha onorato i miei seguaci grazie agli zoccoli deloro cavalli e alle posizioni delle loro lance”.

Questo significa che la Ummah (Comunità Islamica) è la comunità della potenza e della forza. L’Islam è la religione della potenza e della forza e produce mujahidin. Will Durant, nella sua opera Storia della Civilizzazione, afferma che nessuna religione ha chiamato i suoi seguaci verso la potenza tanto quanto lo ha fatto l’Islam (10).

Secondo un altro hadith, il Santo Profeta (S) ha detto: “La morte di colui che non ha compiuto il Jihad e non ha avuto neanche il desiderio di compierlo sarà equivalente a quella di un ipocrita (munafiq)”.

Il Jihad, o almeno il desiderio di parteciparvi, è parte integrale della dottrina dell’Islam. La fedeltà di una persona all’Islam è giudicata per mezzo di esso. Un altro hadith riporta che il Santo Profeta (S) disse che il martire non sarà interrogato nella sua tomba (11). Egli afferma che la scintilla della spada sopra la sua testa è stata una prova sufficiente. La fedeltà del martire, una volta che è stata provata, non necessita di ulteriori interrogatori.

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Aspirare al martirio

Nei primi giorni dell’Islam molti musulmani possedevano uno spirito speciale, che possiamo chiamare lo spirito dell’aspirazione al martirio. L’Imam ‘Ali (as) era il più prominente fra queste persone. Egli dice: “Quando è stato rivelato questo versetto“Gli uomini credono che li si lascerà dire: ‘Noi crediamo’ senza metterli alla prova?” (29: 2), chiesi al Santo Profeta al riguardo. Sapevo che fintanto che egli sarebbe rimasto in vita i musulmani non sarebbero stati sottomessi ad una grande prova. Il Santo Profeta mi disse che dopo di lui una guerra civile sarebbe sorta tra i musulmani. Allora gli ricordai che in occasione della battaglia di Uhud, quando ero afflitto perché un numero di musulmani erano stati uccisi ed ero stato privato del martirio, egli mi consolò dicendo che l’avrei ricevuto nel futuro. Il Santo Profeta affermò questo e mi chiese di esser paziente, questa volta. Gli dissi che sarebbe stata un’occasione per essere grati a Dio e non soltanto per essere pazienti. Poi il Santo Profeta mi disse alcuni dettagli degli eventi che sarebbero accaduti” (12).

Questo è quello che cerchiamo di definire per aspirazione al martirio. L’Imam Ali viveva con la speranza del martirio. Se l’Imam ‘Ali (as) avesse perduto la speranza di ottenere il martirio, la vita si sarebbe svolta senza senso per lui. Noi abbiamo sempre il nome dell’Imam ‘Ali (as) sulle nostre labbra e affermiamo di essergli fedeli. Se fossero sufficienti le mere espressioni verbali, nessuno Sciita sarebbe migliore di noi. Ma la vera Shi’a richiede anche di seguire i suoi passi. Questo era solo un esempio della sua condotta.

Oltre all’Imam ‘Ali (as), sappiamo di molte altre persone che aspiravano al martirio. Nei primi tempi dell’Islam ogni musulmano pregava Dio affinché potesse concederglielo, come è evidente nelle invocazioni che ci hanno lasciato gli Imam (as). Nell’invocazione che si compie durante le notti del santo mese di Ramadan, diciamo: “O Dio! Concedici di essere uccisi nel Tuo Sentiero, in compagnia del Tuo amico (l’Imam) e di raggiungere il martirio” (13).

Durante i primi giorni dell’Islam troviamo che tutti, si trattasse di giovani o di anziani, di persone di alto o basso lignaggio, possedevano simile aspirazione. Alcune volte le persone si recavano dal Santo Profeta (S) e gli esprimevano questo desiderio. Essi chiedevano al Santo Profeta (S) di pregare Iddio affinché concedesse loro il martirio.

Nell’opera “Safinat-ul-Bihar” (14) troviamo la storia di un uomo chiamato Khaythumah (o Khathimah). Al tempo della Battaglia di Badr (15) egli e suo figlio erano entrambi desiderosi di partecipare alla lotta e diventare martiri. Essi discussero tra loro. Alla fine lasciarono la cosa alla sorte. Il figlio vinse e per tanto si recò sul campo di battaglia dove donò la sua vita. Qualche tempo più tardi il padre ebbe un sogno durante il quale vide suo figlio che conduceva una vita particolarmente felice e nel quale gli diceva che la promessa di Dio era stata compiuta. Il vecchio padre andò a trovare il Santo Profeta (S) e gli raccontò del sogno. Disse al Profeta (S) che anche se era diventato anziano e debole per lottare, desiderava partecipare alla battaglia e cadere come martire. Sollecitò il Santo Profeta (S) di pregare Iddio affinché esaudisse tale suo desiderio. Il Santo Profeta (S) pregò per questo. In meno di un anno l’anziano trovò non solo la benedizione di partecipare alla battaglia di Uhud, ma anche di raggiungere il martirio.

Abbiamo un altro uomo, il cui nome era Amr ibn Jamuh. Era storpio ad una gamba e pertanto, secondo la Legge Islamica, esentato dal partecipare al Jihad. Il Sacro Corano dice che lo storpio non è vincolato [a prender parte al Jihad] (cfr. 48: 17). Egli aveva diversi figli. In occasione della battaglia di Uhud tutti i suoi figli si armarono ed egli allora disse che anche lui avrebbe dovuto recarsi in battaglia e donare la propria vita. I figli si opposero a questa decisione e gli chiesero di rimanere in casa, giacché non aveva alcun obbligo di partecipare alla battaglia. Ma egli insistette ancora. I suoi figli invitarono i membri più anziani della loro famiglia affinché esercitassero pressione su di lui, ma l’uomo non sembrava intenzionato a cambiare parere. Si recò quindi dal Santo Profeta (S) e disse: “O Profeta di Dio, perché i miei figli non mi lasciano diventare martire? Se il martirio è una cosa buona per gli altri, lo è anche per me”. Il Santo Profeta (S) chiese allora ai figli dell’anziano di non impedirglielo. Egli disse: “Questo uomo aspira al martirio. Se non ha l’obbligo di combattere, neanche gli è proibito farlo. Voi non dovete opporvi”. L’anziano allora si compiacque e immediatamente si armò. Nel campo di battaglia lo sguardo di uno dei suoi figli era su di lui. Guardava come suo padre, nonostante la debolezza e la vecchiaia, combatteva con totale zelo e senza alcun timore. Alla fine diventò martire insieme a uno dei suoi figli.

Uhud è situata vicino Medina. In questo luogo i musulmani soffrirono molte perdite e la loro situazione diventò critica. Nel frattempo a Medina giunse la notizia secondo la quale i musulmani erano stati sconfitti. Gli uomini e le donne di Medina si affrettarono a raggiungere Uhud. Una delle donne era proprio la sposa di Amr ibn Jamuh. Ella arrivò a Uhud e trovò i cadaveri di suo marito, di suo figlio e di suo fratello. Li pose sopra un forte cammello e partì verso Medina con l’intenzione di seppellirli nel cimitero di Baqi. Lungo il cammino ella notò che il cammello si muoveva lentamente, opponeva resistenza dal dirigersi verso Medina e si voltava in continuazione verso Uhud. Nel frattempo altre donne, incluse alcune mogli del Santo Profeta (S), si stavano recando verso Uhud. Una delle mogli del Santo Profeta (S) le chiese da dove provenisse. Le rispose che veniva da Uhud.

Cosa trasporta il tuo cammello?, le chiese.

Niente, solamente i cadaveri di mio marito, di mio figlio e di mio fratello. Voglio riportarli a Medina.

Come è andata?

Grazie a Dio! Tutto bene. Il Profeta è salvo. I piani dei miscredenti sono stati infranti da Dio. Quando il Profeta è salvo, tutti il resto è irrilevante.

Poi la donna raccontò che qualcosa di strano avveniva con il suo cammello, perché sembrava non volesse dirigersi a Medina. Avrebbe dovuto camminare ansioso verso la sua stalla, ma invece voleva tornare a Uhud. La moglie del Santo Profeta (S) le propose di recarsi insieme dal Messaggero di Dio per chiedergli cosa ne pensasse. Quando incontrarono il Santo Profeta (S) la donna disse: “Ho una strana storia da raccontare. Questo animale si dirige con difficoltà verso Medina, ma si reca verso Uhud facilmente.” Il Santo Profeta (S) chiese: “Tuo marito disse qualcosa quando uscì di casa?”. La donna rispose: “O Dio! Concedimi di non tornare più in questa casa.” Allora il Profeta (S) le consigliò: “E’ per questo. L’invocazione di tuo marito è stata ascoltata e la sua richiesta esaudita. Lascia che sia sepolto a Uhud con gli altri martiri.”

Il Comandante dei Credenti Imam ‘Ali (as) era solito dire: “Preferisco essere colpito da mille colpi di spada piuttosto che morire nel mio letto.” (16).

L’Imam Husayn (as), lungo il tragitto verso Karbala, recitava alcuni versi poetici. Si dice che anche suo padre occasionalmente li recitasse. Nel continuare daremo una traduzione di questi versi:

“Benché le cose del mondo siano belle e gradevoli, la ricompensa dell’aldilà è enormemente migliore.

Se tutte le proprietà e le ricchezze debbono poi esser lasciate, perché si è avari verso di esse?

Se i nostri corpi devono morire e decomporsi, non è meglio che siano tagliati a pezzi sulla Via di Dio?

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La logica del martire

La logica di un martire è differente da quella delle persone ordinarie. La sua logica è la logica del restauratore; è la logica dell’amante gnostico. Se le due logiche, ossia la logica del restauratore entusiasta e dell’amante zelante e gnostico si uniscono, il risultato che avremo sarà la motivazione del martire.

Quando l’Imam Husayn (as) decise di partire da Kufa alcuni prudenti membri della sua famiglia cercarono di dissuaderlo. L’argomento di costoro era che l’azione dell’Imam non fosse logica. Essi avevano ragione nel loro modo di pensare. Non era in accordo con la loro logica, che era quella dell’uomo saggio profano. Ma l’Imam Husayn (as) possedeva una logica più alta. La sua logica era quella di un martire, che è al di sopra della comprensione delle persone ordinarie.

Abdullah ibn Abbas (17) non era una persona di poco conto né Muhammad ibn Hanafiyyah (18) era una persona ordinaria, ma la loro logica era basata tenendo in considerazione gli interessi personali e i profitti politici. Dal loro punto di vista l’azione dell’Imam Husayn (as) non era completamente logica. Ibn Abbas fece una proposta che era molto corretta politicamente. E’ pratica corrente delle persone astute usare gli altri come loro mezzi. Incitano gli altri individui ad andare avanti, mentre essi rimangono dietro. Se gli altri raggiungono la vittoria essi ne ricavano totale vantaggio. In caso contrario non perdono nulla. Ibn Abbas disse all’Imam Husayn (as): “La gente di Kufa ha scritto per dirti che è pronta a lottare per la tua causa. Devi scrivere loro chiedendogli di espellere da lì i rappresentanti di Yazid. Se lo faranno potrai recarti lì senza alcun pericolo. Se non lo faranno la tua posizione non verrà scalfita.” L’Imam non ascoltò questo consiglio. Egli disse chiaramente di esser deciso ad andare avanti. Ibn Abbas disse:

“Ti uccideranno”

-“E allora?”, disse l’Imam (as).

-“Un uomo che sa di esser ucciso, non porta con sé sua moglie ed i suoi figli”

“Devo portare con me anche mia moglie e i miei figli” disse Husayn (as).

 

La logica di un martire è unica. E’ la logica dell’ardere e illuminare, di sciogliersi nella società per ravvivarla, è la logica di rianimare il cadavere dei valori umani. E’ al di fuori dalla comprensione della gente ordinaria.

E’ per questo che la parola shahid (martire) è circondata da un alone di santità, occupa una posizione elevata nel lessico delle parole sacre e altamente gloriose e denota qualcosa di più sublime del significato di eroe e restauratore. Non può essere sostituita da nessun’altra parola.

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Il sangue del martire

Cosa fa un martire? La sua funzione non si limita alla resistenza davanti al nemico, allo sferrargli un colpo e subirlo. Se questo così potremmo dire che il suo sangue, una volta sparso, si disperde. Ma in nessun momento il sangue di un martire si disperde. Non scorre sul suolo. Ogni sua goccia si tramuta in centinaia di migliaia di gocce. No! In ettolitri di sangue e si trasferisce all’interno del corpo della società. E’ per questo che il Nobile Profeta (S) disse: “Non esiste goccia più amata da Dio (sia glorificato e magnificato) della goccia di sangue che cade sul sentiero di Dio.” Il martirio significa la trasfusione di sangue ad una società, specialmente ad una società che soffre di anemia. E’ il martire che infonde sangue fresco dentro le vene della sua società.

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L’epopea del martire

La caratteristica distintiva di un martire è che egli crea un’epopea; egli ravviva lo spirito dell’epopea – specialmente quella divina – tra le persone che l’hanno smarrita. E’ per questo che l’Islam necessita sempre di martiri e della creazione d’epopea: una nuova epopea è una nuova nascita.

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L’immortalità del martire

Un sapiente serve la società attraverso la sua conoscenza. E’ grazie alla propria conoscenza infatti che la sua persona si amalgama con la società, esattamente come una goccia di acqua si lega con il mare. Come risultato di questa unione, una parte della sua personalità – i suoi pensieri ed idee – diventano immortali.

Un inventore è legato alla società attraverso le sue invenzioni. Egli serve la società, rendendosi a sua volta immortale in virtù della sua abilità e inventiva. Un poeta rende sé stesso immortale attraverso la sua arte poetica e un maestro etico attraverso i suoi saggi detti.

Similmente, un martire sacrifica se stesso fornendo inestimabile sangue fresco alla società. In altre parole un saggio rende immortali i suoi pensieri, un artista la sua arte, un inventore le sue creazioni, un maestro etico i suoi insegnamenti e uno martire, attraverso il proprio sangue, rende immortale se stesso. Il suo sangue scorre per sempre nelle vene della società. Qualsiasi altro gruppo di persone potrà rendere immortale solamente una parte delle sue facoltà ma un martire rende immortali tutte le sue facoltà. Per questo il Santo Profeta (S) disse: “Sopra ogni bene ne esiste un altro, all’infuori del martirio sul sentiero di Dio, sopra il quale non v’è alcun bene.” (19)

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L’intercessione del martire

Un hadith afferma che ci sono tre tipi di persone a cui sarà permesso di intercedere presso Dio nel Giorno del Giudizio. Sono i Profeti, gli ‘ulama e i martiri (20). In questo hadith gli Imam non sono stati menzionati espressamente, ma poiché ci è giunto tramite i nostri Imam, è ovvio che il termine “‘ulamà” si riferisca agli esperti nella religione, che includono per eccellenza gli Imam stessi. L’intercessione del Profeta (S) è abbastanza chiara. E’ l’intercessione dei martiri che dobbiamo ancora comprendere. I martiri si assicurano questo privilegio dell’intercessione perché conducono le persone sul Retto Sentiero. La loro intercessione sarà l’immagine degli eventi che avranno luogo in questo mondo.

Il Comandante dei Credenti l’Imam ‘Ali (as) disse: “Nel Giorno del Giudizio Iddio resusciterà i martiri con tale sfoggio e splendore che anche i profeti, se passeranno in cavallo, scenderanno [dalla sella] per mostrare il proprio rispetto nei loro confronti. I martiri appariranno con tale gloria nel Giorno del Giudizio.”

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NOTE

  1. Con Abid si indica il servo di Dio; con Zahid l’asceta; con Mu’min il vero credente; con Mujahid colui che si sforza per Dio; con Siddiq colui che è veritiero; amr bil maruf è l’ordinare il bene; Wali può essere tradotto con “amico intimo”, nel presente contesto in senso divino; Imam è letteralmente “colui che è davanti”, sebbene nell’Islam sciita generalmente questo termine assume una funzione specifica e profonda; con Nabi il profeta. Per approfondimenti sul concetto di Intimità Divina (Wala), cfr. http://islamshia.org/lintimita-divina-wala/ Per approfondimenti sul concetto di Imam nell’Islam sciita, cfr. “L’Imamato”: http://islamshia.org/limamato-3/ e “L’Imamato nel Sacro Corano”: http://islamshia.org/limamato-nel-sacro-corano-s-m-qazwini/
  2. L’Ayatullah M. Mutahhari ha trattato questo argomento in “Jihad, The Holy War of Islam and Its Legitimacy in the Quran”, consultabile online sul seguente sito: https://www.al-islam.org/jihad-holy-war-islam-and-its-legitimacy-quran-murtadha-mutahhari  
  3. Cfr. Matteo 5: 39; Luca 6: 29.
  4. Cfr. Matteo 22: 21; Marco 12: 17; Luca 20: 55.
  5. Cfr. il Sacro Corano, 2:118; 8: 74; 9:20.
  6. Nahj al-Balagha, vol. 1 p. 67. Il Nahjul Balagha è una raccolta di sermoni, lettere e parole di saggezza dell’Imam Ali ibn Abitalib (as), compilata da Sharif Abul Hasan Muhammad al-Radi nel quinto secolo dell’Egira (XI secolo d.C.). Molti dei primi sapienti come al-Madayini, Yusuf ibn Hasan, che era il giudice di Baghdad, al-Hijrani e, più noto di tutti, Ibn Abi al-Hadid al-Mutazili, hanno scritto dei commenti all’opera. Per approfondimenti Cfr. “Le fonti del Nahjul Balagha” http://islamshia.org/le-fonti-del-nahj-al-balaghah/
  7. Cfr. il Sacro Corano, 2:202; 3: 19; 3:199; 5:4; 6:62; 13:41; 14:51; 24:39; 40:17.
  8. Cfr. il Sacro Corano, 5:93. Cfr. anche 7: 26
  9. Cfr. Tusi (m. 1067 d.C.), Tahdhib al-Ahkam, Vol. II, p. 42; al-Kulayni (m. 940 d.C.), Al-Kafi, vol. III, p. 327, 329; al-Saduq (m. 991 d.C.), Thawab al-A’mal, p. 103; id., Al-Majalis, p. 344.
  10. Will Durant, “The Story of Civilization”, Vol. IV (New York: Simon and Schuster, 1950), pp. 155-346.
  11. Cfr. Al-Hurr al-Amili (m. 1692 d.C.), Wasa’il al-Shi’a, Vol. XI, p. 6; Al-Kafi, Vol. III, p. 342. Secondo il credo sciita due angeli chiamati Nakir e Munkir sopraggiungono nella tomba della persona appena questa viene seppellita e la interrogano riguardo al suo Dio, ai suoi Profeti, al suo Nobile Libro ed ai suoi Imam. Se risponderà correttamente sicuramente entrerà in Paradiso.
  12. Cfr. Tabataba’i, Al-Mizan fi Tafsir al-Qur’an, Vol. XVI, p. 110, “abbreviato” dal Nahj al-Balagha. Per una narrazione precisa, cfr. Shahr Nahj al-Balagha, di Ibn Abi al-Hadid, Vol. IX, sermone 157, p. 205 (sermone 155 nell’edizione di Fayd al-Islam; sermone 157 in quella di al-Hajj Salmin).
  13. Cfr. Shaykh Abbas al-Qummi, Mafatih al-Jinan, p. 177.
  14. Compilato da Shaykh Abbas al-Qummi, è un supplemento al “Bihar al-Anwar”, una raccolta enciclopedica di tradizioni sciite compilata da M. B. al-Majlisi (m. 1700 d.C.).
  15. La battaglia di Badr rappresenta il primo grande confronto militare del Profeta (S) con i Meccani. Il 2 del sacro mese di Ramadan (marzo 624), circa mille meccani vennero sconfitti dai musulmani, che erano un terzo del loro numero. Per approfondimenti sulla battaglia di Badr: http://islamshia.org/badrla-prima-battaglia-dellislam/ Nella battaglia di Uhud (3/625) i musulmani vennero sconfitti dai meccani. Per approfondimenti sulla battaglia di Uhud: http://islamshia.org/la-battaglia-di-uhud-3-h625/
  16. Cfr. al-Tusi, Tahahib al-Ahkam, Vol. II, p. 42; Al-Kafi, Vol. III, p. 342; Wasa’il, Vol. XI, pag. 10.
  17. Abdullah ibn Abbas (3/619-68/687), figlio dello zio paterno del Profeta (S), è conosciuto come il “padre” del Tafsir (esegesi del Corano). Era un allievo dell’Imam ‘Ali (as), per il quale il Profeta (S) è riportato abbia così pregato: “O Dio, dagli una profonda conoscenza della religione ed insegnagli l’interpretazione”. Ha istruito molti esperti nella scienza del tafsir.
  18. Muhammad ibn Hanafiyyah è il figlio che Ali (as) ebbe da sua moglie Khawlah Hanafiyyah. E’ conosciuto per il suo coraggio e pietà. Una setta conosciuta come Kaysaniyah lo considerò Imam ritenendo che fosse il Messiah dell’Islam  che tornerà per vendicare il sangue di Husayn. Cfr. A. A. Schedina “Islamic Messianism”, pp. 9, 11, 141-8, 165.
  19. Cfr. Al-Kafi, Vol. III, p. 342; Wasa’il, Vol. IX, p. 8. In italiano cfr. la raccolta di tradizioni compilata da Seyyed Kamal Faqih Imani col titolo “La Retta Via”, capitolo sul “Il Bene”, paragrafo “Del martirio”, consultabile anche  online: https://www.al-islam.org/it/la-retta-500-tradizioni-del-profeta-muhammad-s-e-della-sua-immacolata-famiglia-ayatollah-sayyid/il-2#del-martirio
  20. Cfr. Tahdib, Vol. II, p. 41; al-Saduq, Al-Khisal, Vol. I, p. 8; Al-Kafi, Vol. III, p. 342; Wasa’il, Vol. XI, p. 10.

 

 

 

 

 

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