
La trasmissione dell’eminenza della conoscenza all’interno di una data famiglia è stata un evento frequente nella storia dell’Iran islamico, in particolare dopo l’adozione dello Sciismo durante il decimo secolo d.C. (sedicesimo secolo dell’Egira). Pochi, tuttavia, sono i lignaggi che potrebbero competere per la continuità sapienziale con quello di ‘Allamah Tabataba’i, l’autore del Tafsir al-Mizan. Dall’epoca di Aq Qoyunlu, passando per i periodi Safavide, Qajar e Pahlavi, fino all’era della Repubblica Islamica, i membri di questa famiglia sono costantemente stati prominenti sapienti della religione, qadi (giudici religiosi) e shaykh al-Islam[1], soprattutto a Tabriz.
Il capostipite di questa illustre stirpe fu un certo Sayyid ‘Abd al-Wahhab Hamadani che, nato e cresciuto a Samarcanda, successe alla carica di suo padre, Sayyid Najm al-Din ‘Abd al-Ghaffar Tabataba’i, come shaykh al-Islam di Tabriz, non molto tempo prima che i Safavidi soppiantassero gli Aq Qoyunlu nel 907/1501. Dopo aver negoziato con successo la delicata transizione tra dinastie, Sayyid ‘Abd al-Wahhab ottenne la fiducia di Shah Ismail al punto di essere incaricato di una missione diplomatica a Istanbul, dove, tuttavia, fu trattenuto fino alla sua morte avvenuta nel 930/1524.[2]
Da Sayyid ‘Abd al-Wahhab, ‘Allamah Tabataba’i era separato da dodici generazioni.[3] Il suo antenato della settima generazione, Mirza Muhammad ‘Ali Qadi, era stato qadi al-qudat (giudice principale) dell’Azerbaijan, e la designazione ‘Qadi’ rimase affibbiata come nome proprio ai membri successivi della stirpe, indipendentemente dal fatto che esercitassero o meno la professione di giudice.[4] Tra gli antenati relativamente vicini nel tempo ad ‘Allamah, si può menzionare in particolare il suo trisavolo, Mirza Muhammad Taqi Qadi Tabataba’i, allievo del grande giurista Usuli[5] Aqa Muhammad Baqir Bihbahani, e dell’allievo di Bihbahani con inclinazioni gnostiche Mirza Mahdi Bahr al-‘Ulum (m. 1212/1797). Il figlio di Mirza Muhammad Taqi, Mirza ‘Ali Asghar, era un uomo alquanto differente nel temperamento e nel talento: come shaykh al-islam di Tabriz durante il regno di Nasir al-Din Shah fu coinvolto in molti dei disordini che contrapposero la popolazione cittadina alla corruzione della dinastia Qajar e ai suoi agenti locali.[6]
Destinato a oscurare tutti i suoi antenati in quanto a risultati accademici, ‘Allamah Tabataba’i nacque nel villaggio di Shadabad (o Shadagan) vicino a Tabriz il 29 Dhu l-Hijja 1321/16 marzo 1904. Perse il padre, Sayyid Muhammad Tabataba’i, all’età di cinque anni e sua madre morì quattro anni dopo mentre dava alla luce suo fratello, Sayyid Muhammad Hasan. Questa esperienza come orfani contribuì senza dubbio alla vicinanza che legò i fratelli per tutta la vita, una vicinanza che si manifestò in interessi e inclinazioni praticamente identici.
La tutela dei due ragazzi ricadde su uno zio paterno, Sayyid Muhammad ‘Ali Qadi, e fu sotto la sua guida che Tabataba’i iniziò la sua istruzione primaria. In conformità con una convenzione consolidata, inizialmente memorizzò il Corano, studiò testi persiani come il Bustan e il Gulistan di Sa’di e imparò la calligrafia, prima di passare allo studio specializzato delle “scienze arabe” – grammatica, sintassi e retorica, i prerequisiti essenziali per un serio studio dell’Islam – circa dieci anni dopo.
Questa fu un’iniziazione relativamente tardiva al mondo degli studi, che non presagiva affatto l’eminenza che l’‘Allamah avrebbe infine raggiunto. Egli racconta che inizialmente era infatti avverso allo studio e scoraggiato dalla sua incapacità di comprendere appieno quanto leggeva, una condizione che continuò per circa quattro anni. Un punto di svolta fu raggiunto quando fallì un esame sul noto trattato di grammatica di Suyuti, un caposaldo del curriculum elementare tradizionale, e il suo insegnante esasperato gli disse: “Smettila di sprecare il mio tempo e il tuo”. Con vergogna, lasciò per un po’ Tabriz per dedicarsi a una pratica devozionale (‘amal) che si concluse con il ricevere l’elargizione divina della capacità di padroneggiare qualsiasi difficoltà incontrasse, che lo accompagnò fino alla fine della sua vita. In linea con la sua generale reticenza sulle questioni personali, non indicò mai la pratica in questione.[7] Ciò che è certo è che da allora acquisì un amore appassionato per l’apprendimento. In seguito ricordò:
“Cessai completamente di associarmi con chiunque non fosse dedito all’apprendimento e cominciai ad accontentarmi di un minimo di cibo, sonno e necessità materiali, dedicando tutto ai miei studi. Capitava spesso, specialmente durante la primavera e l’estate, che rimanessi sveglio a studiare fino all’alba e preparavo sempre la lezione del giorno successivo la sera prima. Nell’affrontare un problema riuscivo a risolvere qualsiasi difficoltà incontrassi, per quanto sforzo mi costasse. Quando arrivavo a lezione, tutto ciò che l’insegnante avesse da dire mi era già chiaro; non ebbi mai occasione di chiedere una spiegazione o che venisse corretto un mio errore”.[8]
Fu presumibilmente durante questi primi anni che Tabataba’i acquisì anche una sorprendente varietà di abilità atletiche che in seguito furono smentite dal suo aspetto fragile e ascetico: equitazione, nuoto, alpinismo, caccia e tiro al bersaglio. Deve aver mantenuto queste abilità almeno abbastanza a lungo da trasmetterle a suo figlio, ‘Abd al-Baqi.[9]
Dopo aver completato il livello intermedio (sutuh) del curriculum di studi religiosi nel 1343/1925, ‘Allamah Tabataba’i si recò insieme al fratello a Najaf per beneficiare delle ampie opportunità offerte da quel centro di apprendimento sciita, tradizionalmente designato come Dar al-‘ilm (“La dimora della conoscenza”). La giurisprudenza (fiqh), allora come in seguito, a Najaf era il fulcro principale dell’insegnamento. Di conseguenza Tabataba’i trascorse molti anni studiando quella disciplina a livello kharij[10] con autorità come Mirza Husayn Na’ini (m. 1355/1936), l’Ayatullah Abu l-Hasan Isfahani (m. 1365/1946), l’Ayatullah Hajj Mirza ‘Ali Iravani e l’Ayatullah Mirza ‘Ali Asghar.
Tra i suoi insegnanti di fiqh, tuttavia, fu Muhammad Husayn Gharavi Isfahani Kumpani (m. 1361/1942) a cui si affezionò particolarmente durante un decennio di studio; in seguito si sarebbe sempre riferito a lui come “il nostro maestro” (shaykh-i ma). Questa vicinanza era dovuta in parte, forse, all’interesse per la filosofia che l’allievo aveva sempre più in comune con il suo insegnante.[11] Il fiqh non divenne mai il principale obiettivo di interesse di Tabataba’i, pur essendo completamente competente nella disciplina. Raggiunse il grado di ijtihad[12] mentre era a Najaf ma, poco incline per temperamento a un ampio coinvolgimento sociale, non cercò mai di diventare un marja’ al-taqlid.[13]
Fu invece la filosofia che, insieme al tafsir, finì per occupare Tabataba’i per la maggior parte della sua carriera. Fu iniziato a questa disciplina mentre era a Najaf da Aqa Sayyid Husayn Badkuba’i (m. 1358/1939). Originario di Baku (o più precisamente di un villaggio vicino a Baku) come indica il suo cognome, questo sapiente aveva studiato filosofia a Teheran con Aqa Mirza Hashim Ishkivari, sotto la cui guida lesse l’Asfar di Mulla Sadra[14], prima di migrare a Najaf.[15]
Tabataba’i trascorse sei anni studiando con Badkuba’i, concentrandosi su testi primari di filosofia come l’Akhlaq di Miskawayh, lo Shifa’ di Ibn Sina (Avicenna), il Qawa’id di Ibn Turka, l’Asfar (rispetto al quale il suo insegnante compilò anche un commento), il Masha’ir di Mulla Sadra e il Manzuma di Shaykh Hadi Sabzavari. Poi, su istruzione di Badkuba’i, studiò matematica tradizionale con Sayyid Abu l-Qasim Khwansari, al fine di rafforzare le sue capacità di ragionamento e deduzione.[16] Fu presumibilmente durante i suoi anni a Najaf che padroneggiò anche materie diverse come l’astronomia tradizionale (‘ilm-i falak) e scienze esoteriche come raml[17], jafr[18] e numerologia.
Più influente su ‘Allamah Tabataba’i di qualsiasi altro dei suoi insegnanti a Najaf fu un cugino, Haj Mirza ‘Ali Qadi Tabataba’i (1286-1365/1869-1947; in seguito, Qadi); fu lui che più di chiunque altro contribuì a plasmare la sua personalità spirituale. Negli anni successivi si dichiarò debitore a Qadi per tutto ciò che aveva ottenuto, e si sarebbe sempre riferito a lui, e a lui solo, come ustad (‘il maestro’), ritenendo presuntuoso citarlo per nome.

L’Ayatullah Qadi, principale maestro spirituale di ‘Allamah Tabataba’i e di gran parte dei sapienti sciiti contemporanei
Qadi era un tipico sapiente dalla vasta realizzazione spirituale. Era stato istruito in fiqh (giurisprudenza) e usul (metodologia della giurisprudenza) da suo padre, Sayyid Husayn Qadi, un allievo di spicco del celebre Mirza Hasan Shirazi, e avendo ottenuto la qualifica di mujtahid[19] avrebbe potuto competere con successo con altri studiosi nell’attrarre studenti di fiqh, il focus principale del curriculum di Najaf. La sua caratteristica distintiva, tuttavia, era un’immersione nel mondo della “gnosi operativa” (‘irfan-i ‘amali), un rigido regime di purificazione ascetica interiore che conduce alla percezione diretta del regno sovrasensoriale. Innegabilmente, in molti modi, reminiscente del Sufismo, questa disciplina implica l’affiliazione a un insegnante che è egli stesso l’erede di una catena iniziatica. La guida iniziatica di Qadi sulla Via era stata Sayyid Ahmad Karbala’i Tihrani ‘Bakka’ (m. 1332/1914), la cui catena riconduceva prima ad Akhund Husayn-quli Hamadani (m. 1311/1893) e poi a Sayyid ‘Ali Shushtari; i collegamenti più lontani nel tempo sono in qualche modo oscuri.[20] Gli aspetti noti dell’aderenza di Qadi alla ‘gnosi operativa’ erano le veglie notturne in luoghi benedetti come la moschea di Kufa e la Masjid al-Sahla e il costante dhikr (ricordo di Dio) quando non insegnava; inoltre, ogni anno spariva completamente dalla vista durante gli ultimi dieci giorni del Ramadan.[21]
Tabataba’i cercò Qadi subito dopo il suo arrivo a Najaf; era, dopotutto, suo cugino e, in quanto sapiente esperto di trentacinque anni più anziano di lui, in grado di dispensare consigli su quali lezioni frequentare. Qadi andò a casa sua e non solo gli suggerì un corso di studi da seguire, ma gli consigliò anche, mentre era a Najaf, di dedicarsi soprattutto allo sviluppo etico e spirituale. Rimase un visitatore abituale della casa di ‘Allamah, consigliando la famiglia su una varietà di questioni. Molti dei figli di Tabataba’i erano morti nella prima infanzia e, quando sua moglie rimase di nuovo incinta, Qadi suggerì che il figlio atteso si chiamasse ‘Abd al-Baqi, nella speranza che l’attributo divino della permanenza (al-Baqi, “l’Eterno”) contenuto in questo nome potesse riflettersi nel bambino.
Il coinvolgimento più intimo di ‘Allamah con Qadi iniziò ben cinque anni dopo il suo soggiorno a Najaf. Qadi incontrò ‘Allamah Tabataba’i mentre un giorno si trovava all’ingresso di una madrasa e, per qualche ragione, ritenne l’occasione appropriata per intimargli di eseguire regolarmente la preghiera notturna supererogatoria. Questa ingiunzione ebbe un effetto trasformativo su Tabataba’i e, durante i suoi restanti anni a Najaf, trascorse quanto più tempo possibile con Qadi.[22]
L’influenza di Qadi su di lui fu profonda. Era solito dire che prima di studiare con il suo Ustad pensava di aver capito il Fusus al-hikam di Ibn ‘Arabi, ma rileggendolo con lui si rese conto di non aver capito nulla. Qadi lo istruì anche su un’altra opera chiave di Ibn ‘Arabi, il Futuhat al-Makkiya. Il percorso della ‘gnosi operativa’ implica, tuttavia, molto più dell’immersione nei testi mistici. Si può quindi presumere, nonostante la casta reticenza di Tabataba’i su tali questioni, che sotto la guida di Qadi egli iniziò a impegnarsi in pratiche come dhikr, muraqaba (costante vigilanza su se stessi), veglie notturne e vari atti di devozione supererogatori, più regolarmente e intensamente di prima. In piena conformità con le tradizioni della sua disciplina, Qadi era solito ammonire Tabataba’i e gli altri suoi allievi di ignorare le manifestazioni del regno sovrasensoriale, le forme che riflettevano la bellezza divina, che avrebbero potuto vedere mentre erano impegnati nel dhikr. Tabataba’i ebbe almeno un’occasione per mettere in pratica questo consiglio. Racconta che mentre una notte era assorto nel dhikr alla moschea di Kufa, una houri gli apparve davanti e gli offrì sia la sua persona che un calice di vino paradisiaco. Egli respinse gentilmente le sue avances e lei se ne andò, leggermente offesa, come ricordò Tabataba’i.[23]
di Hamid Algar
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