IQNA

11:11 - March 27, 2021
Notizie ID: 3486065
Iqna - Il 10 marzo quattordici organizzazioni palestinesi ed arabe hanno reso pubblico un “appello urgente congiunto presso le Procedure Speciali delle Nazioni Unite sugli sgomberi forzati a Gerusalemme Est”

Un uomo palestinese, Atef Yousef Hanaysha, è stato ucciso dalle forze di occupazione israeliane il 19 marzo scorso, durante una delle proteste settimanali contro l’espansione illegale delle colonie a Beit Dajan, vicino a Nablus, nella zona settentrionale della Cisgiordania. Sebbene sia tragica, questa notizia è ormai divenuta normale nella Palestina occupata dove i ferimenti e le uccisioni dei manifestanti disarmati fanno parte della realtà quotidiana, realtà che rischia di avere sviluppi più ampi e ben più sinistri.

Da quando il primo ministro di destra Benjamin Netanyahu ha annunciato, nel settembre 2019, la sua intenzione di annettere formalmente ed illegalmente quasi un terzo della Cisgiordania palestinese occupata, le tensioni non hanno accennato a placarsi. L’uccisione di Hanaysha è solo la punta dell’iceberg. A Gerusalemme Est e in Cisgiordania una battaglia imponente è già in corso. Da una parte, militari israeliani, bulldozer dell’esercito e coloni ebrei illegalmente armati compiono quotidianamente incursioni per sfrattare le famiglie palestinesi, scacciare i contadini, bruciare i frutteti, demolire le case e confiscare i terreni. Dall’altra parte, civili palestinesi, spesso disorganizzati, senza alcuna protezione e senza leader, reagiscono lottando.

I confini territoriali di questa battaglia sono in gran parte situati a Gerusalemme Est occupata e nella cosiddetta “Area C” della Cisgiordania –  circa il 60 percento dell’area totale dei territori occupati – che si trova sotto il completo e diretto controllo militare israeliano. Nessun altro luogo può rappresentare meglio il microcosmo perfetto di questa guerra impari come il quartiere di Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme Est occupata.

Il 10 marzo quattordici organizzazioni palestinesi ed arabe hanno reso pubblico un “appello urgente congiunto presso le Procedure Speciali delle Nazioni Unite sugli sgomberi forzati a Gerusalemme Est” per fermare gli sfratti israeliani nella zona. Le successive decisioni dei tribunali israeliani hanno spianato la strada all’esercito e alla polizia israeliani per sfrattare quindici famiglie palestinesi – 37 nuclei familiari di circa 195 persone – nella zona di Karm Al-Ja’ouni a Sheikh Jarrah e nel quartiere di Batn Al-Hawa nella città di Silwan.

Questi sfratti eseguiti in modo rapido non sono stati i primi e non saranno gli ultimi. Israele ha occupato la Gerusalemme Est palestinese nel giugno 1967 e formalmente, anche se illegalmente, l’ha annessa nel 1980. Da allora il governo israeliano ha respinto con veemenza le critiche internazionali all’occupazione, dichiarando invece che Gerusalemme è la “capitale eterna ed indivisa di Israele”.

Per assicurarsi l’irreversibilità dell’annessione della città, il governo israeliano ha approvato il Master Plan 2000, un piano imponente avviato per riorganizzare i confini della città in modo tale da garantire la maggioranza demografica permanente degli ebrei israeliani a spese degli abitanti indigeni della città. Il Master Plan non è altro che un progetto di pulizia etnica sponsorizzato dallo stato, che ha visto la distruzione di migliaia di abitazioni palestinesi e il conseguente sgombero di numerose famiglie.

Mentre i titoli dei giornali occasionalmente propongono i soliti sgomberi delle famiglie palestinesi a Sheikh Jarrah, Silwan e in altre parti di Gerusalemme Est come se si trattasse di una semplice questione di contrapposizione tra residenti palestinesi e coloni ebrei, il racconto è, in realtà, una rappresentazione più ampia della storia moderna della Palestina. Infatti le famiglie innocenti che ora si trovano di fronte al “rischio imminente di sgombero forzato” stanno rivivendo il loro incubo ancestrale della Nakba, la deliberata pulizia etnica della Palestina storica nel 1948.

Dopo due anni da quando i nativi della Palestina storica vennero espropriati delle loro case e delle loro terre e dopo aver subito la pulizia etnica, nel 1950 Israele promulgò la cosiddetta Legge sulla Proprietà degli Assenti. La legge, che non ha nessuna validità legale o morale, praticamente concedeva allo stato le proprietà dei Palestinesi che erano stati cacciati o che erano fuggiti dalla guerra, per farne ciò che voleva. Dal momento che a quei Palestinesi “assenti” non è mai stato permesso di esercitare il loro legittimo diritto al ritorno, come sancito dalle leggi internazionali, la norma israeliana è stata un furto su larga scala autorizzato dallo stato. Essa mirava, in definitiva, a raggiungere due obiettivi: assicurarsi che i rifugiati palestinesi non tornassero o tentassero di reclamare le loro proprietà rubate in Palestina; e dare ad Israele una foglia di fico legale per confiscare in modo permanente terre e case palestinesi.

Tuttavia, l’occupazione militare israeliana di quel che rimaneva della Palestina storica, nel 1967, aveva bisogno, dal punto di vista coloniale israeliano, della elaborazione di nuove leggi che consentissero allo stato e all’impresa di insediamenti illegali di rivendicare ancora più proprietà palestinesi. Questo avvenne nel 1970 con la Legge sulle Questioni Legali ed Amministrative. In base al nuovo quadro giuridico, solo gli ebrei israeliani potevano rivendicare la terra e le proprietà perdute nelle aree palestinesi.

Molti degli sfratti a Gerusalemme Est avvengono nel contesto di queste tre assurde motivazioni legali interconnesse: la Legge sulla Proprietà degli Assenti, la Legge sulle Questioni Legali ed Amministrative e il Master Plan 2000. Chiarito questo, possiamo facilmente comprendere quale sia la vera natura del programma coloniale israeliano a Gerusalemme Est, dove individui ebrei israeliani, in coordinamento con organizzazioni di coloni, lavorano insieme per realizzare la visione politica dello stato.

Nel loro appello congiunto, le organizzazioni palestinesi per i diritti umani descrivono come il flusso di ordini di sfratto emessi dai tribunali israeliani vada poi a sfociare nella costruzione di insediamenti ebraici illegali. Le proprietà palestinesi confiscate sono di solito trasferite ad un ufficio presso il Ministero della Giustizia israeliano chiamato “Custode Generale Israeliano”. Quest’ultimo detiene queste proprietà fino a quando non vengono reclamate dagli ebrei israeliani, in conformità alla Legge sulle Questioni Legali ed Amministrative del 1970. Una volta che i tribunali israeliani riconoscono le rivendicazioni legali dei singoli ebrei sulle terre palestinesi confiscate, questi individui spesso trasferiscono i loro diritti di proprietà o di gestione alle organizzazioni di coloni. In pochissimo tempo, queste ultime utilizzano le proprietà appena acquisite per espandere gli insediamenti esistenti o per avviarne di nuovi. Tutti gli insediamenti sono, ovviamente, illegali secondo il diritto internazionale.

Mentre lo stato israeliano afferma di svolgere un ruolo imparziale in questo sistema, in realtà è il facilitatore dell’intero processo. Il risultato finale si palesa con la scena sempre prevedibile, nella quale una bandiera israeliana viene issata trionfante su una casa palestinese e una famiglia palestinese riceve una tenda e delle coperte dalle Nazioni Unite.

Mentre l’immagine sopra può quindi essere liquidata da alcuni come l’ennesimo evento di routine, o un episodio molto comune, la situazione nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est è invece divenuta estremamente instabile. I Palestinesi sentono di non avere più niente da perdere e il governo di Netanyahu è più incoraggiato che mai. L’uccisione di Atef Hanyasha, e di altri come lui, è solo l’inizio di uno scontro incombente e generalizzato.

 

 

 

Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it

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