IQNA

4:02 - September 15, 2020
Notizie ID: 3485473
Iqna - I disegni imperscutabili della Volontà e Provvidenza Divina fanno sì che talvolta il male sembri prevalere nel mondo. E la compiuta conformità dei Suoi servi perfetti a questa Volontà fa sì che non soltanto essi si sottopongono in tutto e per tutto alla condizione dell’uomo comune, ma vengano a subire le sofferenze più atroci e indicibili

L’Imam Sajjad (A)

 

La partecipazione dell’Imam Sajjad (A) agli eventi di Karbala potrebbe apparire a prima vista del tutto marginale. Nelle cronache di quelle tragiche vicende, ben pochi sono gli accenni che lo riguardano, sino al martirio dell’Imam Husayn (A) ed alla narrazione dell’interminabile sequela di angherie ed umiliazioni che egli dovette subire assieme ai superstiti prigionieri della Famiglia del Profeta (A). Ammalatosi prima della battaglia, durante il suo svolgimento l’Imam Sajjad (A) non fu neppure in grado di reggersi in piedi. Eppure, se ben si considerano quei tristi eventi, la sua persona fu direttamente coinvolta, se non nel fatto d’armi, in tutte le indicibili sofferenze che, allora e in seguito, vennero inflitte dai nemici di Dio alle genti di Muhammad (S), ai suoi consanguinei e ai suoi seguaci.

Ci sia consentita a questo riguardo una premessa. Accade spesso che i dolori corporali, per quanto atroci, non arrivino ad eguagliare quelli dovuti alle lacerazioni d’ordine psichico, alle ferite inferte dal nostro sentire intimo alle potenze animiche che presiedono alle funzioni della nostra vita animale e sensibile. Le piaghe dell’animo sono sovente, se non il più delle volte, assai profonde, difficilmente rimarginabili. Tanto più che sarà proprio il corpo animico che ci accompagnerà sino al Giorno della Resurrezione nei paradisi e negli inferi del Barzak, ad essere il soggetto senziente di gioie e dolori assolutamente incommensurabili con quelli corporei. A ciò si aggiunga un’ulteriore circostanza, peculiare alle persone dei XIV Puri: noi riteniamo che la loro sensibilità debba essere estrema, in ragione della compiuta perfezione di tutte le loro potenze vitali e corporee, che altro non sono che l’estrinsecazione adeguata dell’umanità perfetta della Luce Muhammadica.

Ben lungi dunque da una qualsiasi forma di insensibilità o di stoica starassia, l’Uomo Perfetto, a dispetto della sua intima natura luminosa e della sua prossimità divina, è destinato a soffrire in una misura addirittura inconcepibile per l’uomo comune; tanto più che la sua compiutezza di Uomo Universale lo rende per ciò stesso sensibile in sommo grado non soltanto ai dolori inflitti alla sua persona, quanto piuttosto agli orrori compiuti e subiti dall’umanità intera, contenuta ad origine nei suoi lombi (Sacro Corano, VIII: 172), incapace di farsi degna del carico di quella fede di fronte alla quale il resto dell’universo creato si era ritratto sgomento (XXXIII, 72), e ridottasi all’infimo dell’abiezione da quell’altezza sublime di cui Iddio le aveva fatto dono nella Sua grazia eccelsa (XCV, 4-5).

Possiamo quindi dire che i Purissimi soffrono, e soffrono indicibilmente di più che non gli uomini ordinari: in un certo qual senso, la sofferenza è il loro destino, anche se essa nulla toglie all’esaltazione inattingibile della loro stazione spirituale. Ma per quel che concerne l’Imam Sajjad (A), entra qui in gioco un ordine di considerazioni aggiuntivo, e purtuttavia decisivo a questo medesimo riguardo. Premettiamo che le fonti ci parlano dell’eminenza del sacrificio dell’Imam Husayn (A) da due punti di vista complementari, a prescindere dalle considerazioni d’ordine interiore che abbiamo sin qui esposto, ed all’altezza sublime della sua stazione spirituale, che conferisce al suo martirio, ed a quello degli altri Imam della Dimora Profetica, un valore immenso, incomparabile con quanto possa confarsi agli uomini ordinari.

Il martirio dell’Imam Husayn (A) si svolse in effetti in circostanze tali da farne l’esemplare stesso, ben potremmo dire il sigillo (anche se non in senso temporale) di tutti coloro che cadono combattendo sulla Via di Dio: da un lato le sofferenze e le umiliazioni indicibili inflitte alla sua stessa persona, dalla sete, alle ingiurie, alle ripetute ferite, agli oltraggi e alle mutilazioni che non risparmiarono nemmeno il suo corpo esanime, e che non sono da meno, queste ultime, per le considerazioni esposte dianzi, di quelle subite in vita, e sempre per il mistero della natura dell’Uomo Perfetto, che permane, scevra da corruzione, nello stato intermedio posto tra la morte corporale ed il Giorno della Resurrezione. D’altro canto, e ciò si ricollega ancora al discorso sulla sofferenza delle potenze animiche, l’Imam dovette, prima di ricevere la corona del martirio, assistere allo scempio che venne fatto di tutti i suoi fedeli seguaci, e degli stessi membri della Famiglia del Profeta (A), della sua stessa famiglia; e non sono da meno, a questo medesimo riguardo, le violenze, i soprusi, i dileggi che dovettero subire i superstiti prigionieri del suo sangue, lo stesso sangue di Muhammad (S), di ‘Ali (A), di Fatima (A), seme purissimo benedetto da Dio ed elevato ab aeterno alla Sua prossimità al di sopra dell’universo creato.

Per quel che riguarda questo secondo aspetto dell’unicità del sacrificio e delle sofferenze di Husayn (A), esse furono pienamente condivise, ed in misura, se possibile, fors’anche maggiore, dall’Imam Sajjad (A). Egli, nella sua sensibilità acutissima di Uomo Perfetto, dovette assistere alla strage, allo scempio, al dileggio di tutta la sua gente, dei seguaci, dei parenti suoi e del Profeta, l’amore per i quali è stato prescritto da Dio stesso nel Libro Sacro (XLII, 23), egli dovette essere testimone dello strazio fatto dagli ipocriti dell’esigua schiera degli amici dell’Altissimo, il che è ben peggio per chi sia assorto ed estinto nel Suo splendore. Recita un celebre hadith, che per colui che è estinto nell’intimità della Santa Essenza, Iddio diviene le sue potenze esteriori ed interiori, nel senso che Egli agisce direttamente, e che i suoi atti saranno atti compiuti da Dio per lui, e non suoi atti da lui compiuti in virtù della causalità divina. E’ questo il mistero della servitù suprema degli approssimati, degli Intimi del loro Signore. Ora, e questo è un livello ulteriore della sensibilità finissima che dicevamo poc’anzi esser propria dell’Uomo Perfetto, che sarà mai uno strazio, un dolore siffatto per colui che è stato eletto ad essere il depositario di atti, e quindi di passioni e sofferenze che procedono immediatamente da Dio? Soltanto l’esaltazione della sua natura, soltanto la sovrabbondanza della grazia divina gli daranno modo di farsene pienamente carico senza doversi schiantare e dissolvere, come fu per la montagna di Mosè (A) al cospetto dell’Onnipotenza dell’Altissimo (VII, 143).

E arrivare al punto di essere testimone del sacrificio del Signore dei Martiri, e di tutti gli scempi e gli oltraggi che ne seguirono e ne precedettero la morte! Dovere assistere, con gli occhi, l’udito, i sensi tutti, con tutte le potenze del proprio essere, che promanano direttamente dal Compassionevole, agli orrori perpetrati contro il Suo diletto dalla schiere di Satana! Quale sofferenza incomparabile! Un dolore che scaturisce immediatamente, e paradossalmente, dall’infinito mare di luce della beatitudine imamica, ma che per ciò stesso non ha misura comune con la sofferenza degli uomini ordinari! E’ questo un paradosso, un mistero inattingibile della nostra ragione limitata, che se ne ritrae sgomenta, così come si ritrae sgomenta dinnanzi al mistero della servitù perfetta, della Wilayat, che si manifesta all’esterno come dolore e umiliazione, come impotenza apparente sì, ma a suo modo reale, in piena consonanza con il mistero dell’iniquità.

I disegni imperscutabili della Volontà e Provvidenza Divina fanno sì che talvolta il male sembri prevalere nel mondo. E la compiuta conformità dei Suoi servi perfetti a questa Volontà fa sì che non soltanto essi si sottopongono in tutto e per tutto alla condizione dell’uomo comune, ma vengano a subire le sofferenze più atroci e indicibili. Ci dicono talune narrazioni, in tutta conformità con il fatto che Iddio ha concesso ai Suoi eletti piena potestà sull’universo creato, che l’Imam Husayn (A) mostrò a un suo seguace tra le sue stesse dita un intero oceano di acque dolcissime pronte a saziare la sua sete, e che innumerabili schiere angeliche erano pronte ad annientare le torme degli ipocriti assassini. Eppure egli, nella sua servitù perfetta, si sottomise completamente ai disegni imperscrutabili della Divina Sapienza, che consentono all’empietà, alla miscredenza, all’ipocrisia, all’impostura, di avere il loro luogo e il loro tempo in questo nostro basso mondo.

L’Imam Sajjad (A), per parte sua, si fece anch’egli carico di questo tremendo fardello. E così come Husayn (A) è l’Imam del martirio, egli ci appare come l’Imam del dolore, lento, continuo, diuturno, nel senso che in lui le vicende di Karbala, e tutto quel che le seguì e precedette, ed il conseguente strazio della sua finissima e nobilissima sensibilità, durarono un’intera vita, sino al suo martirio e alla sua morte corporale, e dureranno misteriosamente, nel segreto della sua stessa dimora di luce e di gloria, nei domini animici del Barzak, sino al Giorno del Giudizio.

Le Tradizioni ci narrano del dolore interminabile ed incommensurabile dell’Imam Sajjad (A): egli che dovette assistere all’uccisione del padre, dei parenti, dei seguaci, egli che dovette vederne le mutilazioni ed il ludibrio dei corpi, le teste troncate, messe in mostra e dileggiate, l’oltraggio subito dalle sue donne, egli fu certo l’uomo della sofferenza, una sofferenza, come abbiamo già detto, indicibile ed incomparabile. Il suo pianto fu amarissimo ed interminabile. “Come potrei porre fine al mio pianto e alla mia tristezza?” disse una volta l’Imam a chi tentava di consolarlo. Egli è Sajjad, colui che quant’altri mai si prostra e si umilia dinnanzi al suo Signore, di cui è uno dei servi diletti. E per ciò stesso egli consegue al Suo cospetto le altezze inattingibili della Sua prossimità, assieme alle altre luci dell’Ahlul-Bayt; egli è Zaynul-‘Abidin, il gioiello dei Servi d’Iddio: gemma preziosa della costellazione sublime dei Puri.

“Il più nobile tra di voi è chi più Mi teme!” dice l’Altissimo nel Sacro Corano (XLIX, 13): chi più teme, chi più serve, chi più ama, chi più sa celare sotto le spoglie dell’umiliazione la sua esaltazione finale che gli è propria ab aeterno. Nel pianto interminabile dell’Imam, in ciascuna delle sue lacrime, si cela un segreto grandioso e terribile: il mistero della servitù e della prossimità divina, che è il mistero della tribolazione e dell’afflizione, l’oceano luminoso della beatitudine imamica, ed il velo di tenebra che lo dissimula sino alla consumazione finale. Sapremo noi penetrare il mistero di una sola stilla di quelle lacrime? Sapremo noi offrire al nostro Signore una sola particola infinitesima di quel pianto purissimo?

 

di R. ARCADI

 

 

 

 

 

 

http://islamshia.org.

Nome:
Email:
* Commento:
* captcha: