IQNA

23:16 - March 01, 2020
Notizie ID: 3484817
IQNA - Sono trapelati nuovi documenti sull’organizzazione della propaganda britannica contro la Siria, che ci permettono di capire come giornalisti in buona fede abbiano potuto lasciarsi ingannare così a lungo dal mito della “rivoluzione siriana” e perché il Regno Unito si sia ritirato dalla Siria, nonostante il successo dell’operazione.

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La democrazia presuppone si possa discutere pubblicamente con onestà. La propaganda dovrebbe quindi essere appannaggio dei regimi non-democratici. La storia però c’insegna che la propaganda moderna fu inventata in occasione della prima guerra mondiale da Regno Unito e Stati Uniti e che Unione Sovietica e la Germania ne furono soltanto scialbe imitatrici.

Durante la guerra contro la Siria, Réseau Voltaire ha spesso spiegato che la realtà sul campo non corrispondeva affatto all’immagine che se ne aveva in Occidente. Abbiamo denunciato false prove, fabbricate dai servizi segreti statunitensi, britannici, francesi e turchi per nascondere l’aggressione occidentale e far credere si trattasse di una rivoluzione contro una dittatura.

Il giornalista Ian Cobain ha pubblicato su Middle East Eye documenti ufficiali britannici che fanno luce su come il Regno Unito, che non è più sul campo dal 2018, abbia massicciamente intossicato giornalisti in buona fede e si sia poi ritirato dalla Siria . Già nel 2016 Cobain aveva pubblicato sul Guardian rivelazioni a proposito dell’organizzazione dell’operazione mediatica dell’MI6.

È innanzitutto importante rammentarsi che l’obiettivo dei britannici non coincideva affatto con quello degli alleati statunitensi. Londra ambiva riacquistare l’influenza del periodo coloniale (così come Parigi). Il Regno Unito non ha perciò creduto che l’intenzione degli Stati Uniti fosse distruggere le strutture statali dell’insieme del Medio Oriente Allargato (strategia Rumsfeld/Cebrowski). Per questa ragione Londra ha concepito l’operazione “Primavera araba” sul modello della “Grande Rivolta Araba” di Lawrence d’Arabia (il ruolo dei wahhabiti durante la prima guerra mondiale oggi lo svolgono i Fratelli Mussulmani). La propaganda britannica fu perciò ideata in vista della creazione di una Nuova Siria, riunita attorno alla Confraternita, non già per dividere il Paese, come voleva e continua a volere la CIA.

Gli Occidentali si erano già lasciati convincere che le rivoluzioni in Tunisia, Egitto e Libia fossero reali. Perciò ancor più facile sarebbe stato dar loro a intendere l’esistenza di un quarto scenario operativo.

Alcuni giornalisti in buona fede furono portati da rivoluzionari siriani (in realtà dai servizi segreti turchi e della NATO) in un villaggio siriano, Jabal Al-Zaouia, perché assistessero a raduni dell’Esercito Siriano Libero e li filmassero. Molti si fecero ingannare e credettero a un sollevamento popolare. Quando Daniel Iriarte – che aveva notato sul posto la presenza di combattenti non già siriani, ma libici, agli ordini di Aldelhakim Belhaj e Mehdi al-Harati  – denunciò la messinscen sul quotidiano spagnolo ABC, la stampa si rifiutò di ammettere di essere stata manipolata. L’incapacità dei giornalisti di riconoscere i propri errori, anche quando sono dei colleghi a far vacillare le loro certezze, continua a essere la migliore carta vincente della propaganda.

Come sempre è accaduto, i britannici del RICU (Research Information and Communications Unit) ricorsero a un uomo di scienza, in questo caso un “antropologo”, per supervisionare la manipolazione. Costui ne subappaltò la messa in atto a diversi personaggi, fra cui un “ex” ufficiale dell’MI6, colonnello Paul Tilley. In questo caso la qualifica di “ex” riveste particolare importanza: se l’operazione fosse andata male si avrebbe potuto rinnegarne la paternità. Per essere più vicini alla zona operativa, i sub-appaltatori dell’MI6 aprirono uffici ad hoc a Istanbul, Reyhanli (Turchia) e Amman (Giordania); la CIA agì invece dalla Germania.

L’operazione esordì nell’estate 2013 con l’affare delle armi chimiche, proprio quando la Camera dei Comuni, scottata dagli esiti della propaganda durante la guerra contro l’Iraq, vietava rigorosamente al ministero della Difesa di inviare truppe in Siria. Per questa ragione il budget iniziale del Foreign Office fu incrementato e di esso si fecero carico il ministero britannico della Difesa, nonché le agenzie canadese e statunitense: i militari non avevano altri mezzi per intervenire.

Comandava l’operazione un ufficiale dell’MI6, Jonathan Allen, che in seguito diventò il numero due della delegazione diplomatica britannica al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

JPEG - 37.5 KbL’ufficiale dei servizi segreti britannici, nonché incaricato d’affari di Sua Maestà, Jonathan Allen, durante una conferenza stampa all’ONU, in compagnia dell’alleato privilegiato, l’ambasciatore di Francia François Delattre.

 

L’originalità dell’operazione, condotta tra gli altri da Innovative Communications & Strategies (InCoStrat), consistette nell’essere presentata come partenariato commerciale, completamente avulso dalle autorità del Regno Unito. I siriani che vi parteciparono, convinti di aver colto un’occasione per fare denaro e sopravvivere nonostante la guerra, non ebbero consapevolezza di tradire il proprio Paese. Il corrispettivo da loro percepito era infatti molto elevato rispetto al livello di vita in Siria.

Il sistema dei “giornalisti cittadini” era molto economico per il budget mensile di 500 mila sterline di cui disponeva il Regno Unito per reperire “informazioni” e “prove” sulla repressione del regime siriano: un video veniva pagato da 50 a 200 dollari, le corrispondenze dei free lance da 250 a 500 dollari. Dopo essere stato selezionato, il materiale veniva inviato dall’MI6 a BBC, Sky News Arabic, Al-Jazeera (Qatar) e Al-Arabya (Arabia Saudita), quattro reti che, violando le risoluzioni dell’ONU sul divieto della propaganda di guerra, partecipavano attivamente allo sforzo bellico occidentale. I collaboratori siriani dovevano impegnarsi per iscritto all’anonimato, salvo esplicita autorizzazione, e a non divulgare legami con qualsiasi società.

I giornalisti occidentali in buona fede, non potendo risalire alle fonti – i “giornalisti cittadini” siriani e non potendo verificare il contesto in cui erano stati girati i video e raccolte altre “prove”, ossia non potendo rispettare il fondamento deontologico della professione – si lasciavano abbindolare dalle notizie diffuse dalle quattro stazioni televisive.

I documenti di Ian Cobain dimostrano che esisteva, oltre a un obiettivo internazionale, anche un obiettivo interno siriano. Londra puntava a modificare l’atteggiamento della popolazione, orientandolo a favore dei “moderati” rispetto agli “estremisti”. Su questo punto sembra che Middle East Eye non si sia reso conto che questi termini non vanno interpretati nel senso corrente, bensì in relazione alle decisioni del primo ministro Tony Blair che, al momento dell’elaborazione del piano della “Primavera araba”, aveva deciso che l’amministrazione di Sua Maestà dovesse considerare alleati i leader “moderatamente anti-imperialisti”, come i Fratelli Mussulmani”, e avversari gli “estremisti anti-imperialisti”, come il regime nazionalista del Baas siriano.

Peraltro, l’antropologo sovrintendente del programma sosteneva la necessità di creare servizi d’urgenza in loco (la Free Police e i Caschi Bianchi dell’ex ufficiale dell’MI6, James Le Mesurier), non tanto per aiutare la popolazione, ma per suscitare un clima di fiducia nelle istituzioni che avrebbero preso il posto dello sconfitto regime di Unione Nazionale, raccolto attorno al Baas. Su questo punto il riferimento era al piano di resa totale e incondizionata della Siria, redatto dal tedesco Volker Perthes per il numero due dell’ONU, Jeffrey Feltman, che i britannici hanno quindi mal interpretato.

Questo disaccordo è la principale causa del pasticcio dell’operazione: Washington tentò di creare il “Sunnistan” con Daesh, nonché il “Kurdistan Libero” con il PKK turco e il PDK iracheno; i britannici, ritenendo non si trattasse più della loro guerra, decisero di ritirarsi.

Il programma dell’MI6 consisteva di tre parti:

- Identità siriana
«Unire i siriani attraverso l’affermazione di culture e pratiche comuni, nonché ristabilire la fiducia tra vicini, pur mettendo in chiaro la forza rappresentata dai siriani in termini numerici».
- Siria Libera
«Cercare di rafforzare la fiducia nella futura Siria, libera da regimi estremisti».
- Delegittimazione
«Cercare di danneggiare l’efficienza delle reti estremiste violente (EV) in Siria, compromettendo la credibilità dei resoconti e dei protagonisti EV e isolando le organizzazioni EV dalla popolazione».

Stando ai documenti di Ian Cobain, i subappaltatori dell’MI6 hanno anche addestrato portavoce dell’opposizione siriana, potenziato account sui social network, organizzato uffici stampa funzionanti 24 ore su 24. Nei documenti non vengono citati né il design dei loghi né le messinscene hollywoodiane di cui ha riferito Réseau Voltaire, come la sfilata militare nella Ghuta, con comparse e carrarmati che passavano più volte davanti alle telecamere.

Gli uffici-stampa erano incaricati di mettere in contatto i portavoce dell’opposizione siriana con i giornalisti occidentali e d’istruirli prima delle interviste. La stampa occidentale in buona fede si lasciava così convincere di essere in possesso, a modico prezzo, d’informazioni provenienti da fonti indipendenti. Se inizialmente (fino a metà 2012) tutti i media internazionali inviavano reporter sul campo (che i britannici manipolavano) oggi non ce n’è più neppure uno. Per gli occidentali è comodo prestar fede all’agenzia di stampa creata a Londra da MI6 e Fratelli Mussulmani, l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani, benché non abbia mezzi per conoscere alcunché degli avvenimenti che ha invece la pretesa di coprire.

 

 

 

Voltaire, edizione internazionale

 
 
 
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